ho trovato delle cose in un vecchio floppy, cose che non ricordavo di avere scritto. cerco di dar loro una memoria, pubblicandole qui. non prendetele troppo sul serio, sono cose scritte anni e anni fa, quando avevo 10 o 12 anni o 15.
questo è l’incipit di un racconto che, non so perchè, non sono più riuscita a finire e non ricordo perchè.
Il signor Gianni B. aveva un gatto. Era un bell’esemplare maschio, il manto tigrato e le carni sode e grasse, il naso schiacciato, gli occhi grandi e verdi, un bel muso rosa. Lo vedevo uscire dalla finestra sul giardino ogni sera dopo il tramonto, stava via tutta la notte fino all’alba a cacciare mammiferi e rettili di piccola taglia. Talvolta lo vedevo gironzolare per il condominio con una lucertola penzolante fra le piccole ma letali fauci. Mi passava accanto ignorandomi, mostrando con fierezza la vittima morente agli altri gatti del condominio.
Il signor B. amava molto quella bestia, era l’unico affetto che gli restava.
questo poemetto, invece, l’ho scritto quando scoppiò la prima guerra del golfo. un esperimento che oggi non mi sognerei di fare, perchè la prima cosa che ti ruba l’avanzare dell’età è il coraggio.
Lasciami cantare, o veneranda Musa, la forza
dell’amore che il fulgente americano portò alla nera irachena
bella di sua scorza
e che ancor oggi tanti sospiri dimena.
Passò il tempo dell’oro nero
custodito gelosamente da colui che del nome Disgrazia andava fiero
circondato da fedeli compagni
che l’avorio avean nei bagni
Su tappeti di velluto persiano
inginocchiati al dio cieco
pregavano
mentre il sangue portavano ancora seco.
Uomini e fanciulli, donne e vecchi
di battaglie violente avean le ferite
scarni nei volti e secchi
sentivan rimbombare nei loro orecchi: morite!
E fra le montagne aride e secche
seppellite eran tutte le Mecche
e dei loro corpi trucidati e duri
niente più si sapeva, ma solo spergiuri
Spergiuri dalle anime sante
che ai liberatori vendetta chiedean
ma amarezze ne ebber tante
tanto che nelle strade cadean
Ma un sol paladino
mai ebbro di sangue o di vino
liberatore fu di quella terra che ora non c’è più
Parlo di quella terra fra Tigri ed Eufrate
che vide tante donne assassinate
di quella terra che scura è
per il petrolio e per la rabbia che ha in sè
E canterò di Opeliòtre
donna di grande stirpe e nobile coraggio
che di mariti ne aveva tre
e che morì con grandissimo oltraggio.
Il paladino nome Caameri aveva
e, lasciata la sua terra fresca e potente,
con il suo passo tutti i fiumi moveva
gentile e affascinante catturava molta gente
E ancora Niscolurbe, adagiato nelle mani del Fato
mai una posizione si è dato
sbandierato a destra e sinistra
prima dalla volontà e poi dalla divin sua svista.
Ma il liberator di quella felice terra
presto portò in essa la guerra
e la guerra portò presto le morti
che cambiarono del mondo le sorti
Disgrazia fu presto disperso
ma dal cielo nero ed infuocato
mai cadde un bene diverso
diverso dall’orgoglio del giovin soldato
Il guerriero e l’irachena sotto il burqa si ascosero
e con mani che sembran pinze
si tenean stretti e le armi riposero.
questo, invece, un saggio su lorenzetti
Certo, l’Europa del nascente 2003 è assai diversa dall’Europa del 1338, continente diviso da imperi, stati, principati e comuni. Le opinioni che prendono vita attraverso le immagini che vediamo in televisione, per strada, attraverso le parole che leggiamo sui giornali, tutto ci parla di un’ Europa unita: niente barriere, nessun radicato sentimento di appartenenza ad un popolo, economia globalizzata. Tutti siamo cittadini europei e nello stesso tempo, cittadini del mondo. Ma l’arte ci può dimostrare che esiste un fattore comune che unisca l’Europa dei Comuni all’ Europa dell’Unione: il proposito che Giustizia trionfi e Tirannide decada.
Nel 1338 Ambrogio Lorenzetti affresca le pareti della Sala della Pace, nel Palazzo Pubblico di Siena. Tema degli affreschi: il cattivo e il buon governo. E perchè mai un dipinto di così lontana data, nato in una così diversa atmosfera politica e sociale,deve rappresentare il pensiero comune,presente non solo nel secolo quattordicesimo, ma persino nel nostro secolo ventunesimo? La storia è, si sa, un ciclo di eventi che si manifestano e si ritraggono secondo archi di tempo talvolta brevi e talvolta lunghi, e sebbene abbiano luogo in tempi e in modi diversi sono strettamente connessi fra loro; tanto più se si tratta di politica e pensieri politici.
Con l’allegorie ed effetti del buono e del malgoverno Lorenzetti realizza un articolato programma iconografico atto a celebrare le forme di governo basate sul rispetto della Giustizia, virtù principale alla quale convergono in schiera tutte le altre virtù. Per il malgoverno si serve invece, di immagini che raffigurano la Giustizia calpestata e ridotta in catene con il conseguente trionfo dei vizi. Le due allegorie si sviluppano su pareti diverse e raffigurano entrambe la veduta di una città con relativo contado:l’una retta della giustizia e l’altra dalla tirannide. Il Buon Governo troneggia, serio ed austero, attorniato dalle Virtù cardinali e teologali, dalla Sapienza, dalla Magnanimità e dalla Pace e dalla Concordia,la quale lega con una fune i rappresentanti dell’ordine cittadino e delle alte istituzioni comunali. La seconda parte dell’affresco esprime gli effetti positivi che al Buon Governo seguono e che si manifestano nella prosperità del contado e nella fiorente attività commerciale del Comune. Nel contado si noti come i contadini coltivino diligentemente i campi e come i nobili si diano alla caccia del falcone in piena sicurezza. Nella scena che raffigura il vigore del commercio si deduce che la città dipinta sia Siena stessa, dal momento che ne è raffigurato Duomo. Ma Lorenzetti non ci offre una semplice riproduzione della vita a lui contemporanea,bensì la ricostruzione di una realtà i cui connotati rispondono a una precisa ideologia politica e sociale.
Sebbene la porzione di affresco che illustra l’allegoria del malgoverno sia deperita e consumata, alcune immagini sono ancora visibili: la corte della Tirannide è triste, buia e tetra, il tiranno è circondato dai Vizi (Superbia, Avarizia…) e calpesta la Giustizia incatenata. Gli effetti del malgoverno si contrappongono a quelli del buon governo: le campagne sono incolte,assoggettate dalle ali del Terrore, la città è decadente e al suo interno si consumano macabri delitti.
Che sia un caso che la società di oggi è caratterizzata dal terrore, dai delitti,dai soprusi, dal vizio? Nominalmente tutti gli stati sono retti dalla giustizia e tutti i cittadini sono votati a rispettarla ma siamo sicuri che oggi la giustizia sia solo circondata dalle virtù? Evidentemente si è data da fare perchè il progetto di Lorenzetti, dei suoi predecessori e dei suoi posteri divenisse sempre di più una pura e semplice utopia.
questo un racconto che ho scritto circa otto anni fa
Il suo lungo cappotto verde (taglio italiano, evidente) lo avvolgeva con un che di stanco e dimesso, quasi volesse denudarlo improvvisamente e lasciarlo.
Il ginocchio della gamba accavallata andava a sfiorare il tavolino ferrigno e il piede, contenuto in un’elegante scarpa marrone scuro, faceva movimenti concentrici nell’aria.
Seduto a quel modo, all’aereoporto di Gatwich, sembrava stesse aspettando l’aereo che lo avrebbe portato ad un convegno, o ad uno stage, o semplicemente a casa, dalla propria famiglia. Si direbbe quasi che tutto in lui faceva pensare al solito uomo tutto d’un pezzo, determinato e severo, padrone della propria vita tanto da divenirne schiavo. Guardava ripetutamente il suo Rolex lucido e ben congegnato, uno dei piccoli tesori che si era concesso. A parte ovviamente le gite in barca la domenica, i viaggi organizzati nel periodo delle ferie, la collezione delle cravatte Regimental riposte accuratamente nel suo armadio, la valigia Vuitton ai suoi piedi… Desiderava poco, lui, eppure aveva più di quanto si sarebbe mai aspettato. Pochi capelli bianchi chiazzavano la sua chioma corta e abbastanza folta, il viso non rasato almeno da due giorni e le mani secche e arrossate dal freddo di Londra. Londra…era la prima volta che la visitava. Non ne era rimasto propriamente affascinato, semmai sorpreso e in qualche modo offeso.
Tutta quella gente che andava e veniva per la strada, che ostentava il suo essere inglese e all’avanguardia lo faceva sentire membro di un insieme sconosciuto e a lui estraneo e perciò si era sentito incredibilmente imbarazzato. Dover assistere ad uno sfoggio di colori, di abiti, di facce, di lingue diverse rappresentava per lui la minaccia alla propria vita e alla propria tranquillità: così temperata, così ben osservata da non tollerare qualsiasi fattore di disturbo e di corruzione. Londra lo infastidiva. E lo infastidì anche il suo piccolo paesino situato sulla costa siciliana. Si rese conto di quanto due luoghi possano essere differenti sebbene il tempo scorra uguale per entrambi: l’uno fastidiosamente ricco di vita, l’altro fastidiosamente ricco di noia. Tuttavia non gli sono mai piaciute le vie di mezzo e preferiva rifugiarsi nella noia piuttosto che nella vita: più prudente.
Nel malandato e provinciale aereoporto si sentì a casa e le luci sbiadite lo confortarono quasi avesse scorto in loro un cordiale sorriso. Non era periodo di vacanze e qualche turista sporadico correva verso i gates con i suoi calzoni corti e e le t-shirts scolorite; lui li guardava divertito e si chiedeva, infantilmente, perchè mai corressero a quel modo apprensivo, e irritato si accorse che i tedeschi riescono ad essere ordinati e freddi persino quando si trovano in un momento di confusione e di pericolo anche se in questo caso il pericolo era molto relativo.
Pagò il parcheggiatore e salì sulla sua auto bel lucidata fuori ma sporca dentro; i sedili in pelle emenavano uno strano odore di pesce andato a male e sui tappetini vi era un cumulo di briciole di pane, oramai secche. Sospirò e inspirò: era a casa. Sorrise e le sue labbra si distesero per confermare il senso di appartenenza e di sicurezza che tutto ciò intorno lui gli offriva. Si tolse il cappotto verde e, gettandolo sul sedile posteriore, un pacchetto cadde dalla tasca; lo prese e lo guardò, chiedendosi di chi fosse. Stette tanto tempo, troppo tempo, a riflettere e quando ormai ebbe perso le speranze una giovane donna passò davanti la sua auto trascinando il carrello con le valigie. Guardava dritto, il suo volto era serio e un pò corrucciato e il colorito era incredibilmente bianco, diafano. Abbassò un pò il capo per poterla vedere meglio e, preso da un impulso strano e non ben definibile, aprì la portiera e con gesti scattanti andò dietro la donna chiamandola forte. Lei si voltò, e lo squadrò non impaurita come avrebbe potuto essere ma stanca e forse rassegnata.
Lui le porse il pacchetto con un gesto timido da bambino innamorato e lei accettò il dono senza proferire parola, senza nemmeno far notare il minimo stupore o imbarazzo.
Erano uno di fronte all’altra, nessuno stava osservando il volto dell’altro ma ne stava tastando l’anima. Si guardarono per qualche secondo, lei andò via con la stessa andatura di prima strisciando i piedi a malapena e lui la vide andare e ansimò come un reduce dopo una violenta discussione. In realtà a quella donna aveva detto tutto e quella donna lo aveva ascoltato paziente, senza interrompere un solo gesto e senza erigere imponenti mura davanti ai suoi occhi. Aveva urlato come mai gli era accaduto in vita sua e si sentiva persino la gola bruciare: la toccò con i polpastrelli e pensò che l’aria di Londra gli aveva fatto male e adesso sarebbe arrivata una cattiva influenza. In macchina non si chiese perchè, non si stupì, non si vergognò: tutte le sue paure e le sue domande erano morte.
Arrivò a casa e la moglie lo raggiunse rabbiosa alla porta brandendo ciò che era rimasto di un piatto ormai rotto:-Guarda, l’ha rotto!- i suoi occhi sputavano fuoco.
Lui la osservò e pensò alla donna nel parcheggio dell’aereoporto:il pacchetto doveva essere sicuramente indirizzato a colei che adesso ruggiva arrabbiata. Nient’altro che un’estranea sebbene adesso lei lo chiamasse per nome, spazientita perchè lui non aveva ancora aperto bocca.
Con un gesto calmo prese il piatto, la guardò intensamente negli occhi con un sorriso beffardo e gettò il piatto per terra, spaccandolo in mille pezzi. Il rumore vibrò nell’aria e la finissima polvere nata dalla porcellana colorava allegramente il marmo bianco del pavimento; tolse il cappotto, uscì fuori in balcone e vide svolazzare l’indumento per poi finire nel mare e ondeggiare ormai libero.
La noia non sarebbe stata più la stessa: la morte ne era diventata la sorella.
questa, nel 96, l’avevo intitolata “poesia di merda” e difatti…
Senza il gelo di questi giorni
Tu non saresti più tu
Ma qualcuno saresti a cui rivolgere non una parola
Né un pensiero
Né un bacio che non sia di mistero
Se non ci fosse questo strano filo che
Tiene
Legati
I miei giorni
Tu non saresti che un volto da guardare
E che poi scompare
Che poi dimentico.
Ma questi sono giorni di gelo
E di buio che compare e riappare
E svanisce e si cela
E di giorno che non compare
Che sembra voglia arrivare
Che sembra voglia rimanere
E riscaldare.
Siccome sono giorni di ghiaccio,
la merda per terra pulisco con uno straccio.
In questi giorni di ghiaccio.