Persefone

Streghe – contributo per “Parola di Donna” a cura di Ritanna Armeni, Ponte alle Grazie

Sono gli ultimi esemplari umani ancora capaci di correre con i lupi. Non solo filtri e tarocchi, non solo consultazioni del cielo. In tempi antichi, persino chi non possedeva sapienza di erbe medicamentose o stelle poteva essere incolpata di stregoneria: saggezza e coraggio costituivano prove perfette per l’accusa. Ma bruciandole non hanno fatto i conti con una magia che solo le streghe possono conoscere e adoperare: dal fuoco si rinasce sempre. E infatti, molti anni dopo, alcune di loro sono tornate sconvolgendo ancora il mondo, dimostrando che la selvatichezza femminile, per quanto mortificata, derisa e impiccata alle assurde leggi di Dio e del maschile, non potrà mai davvero essere soppressa. La nuova generazione di streghe ha trovato una società impreparata ad accogliere l’onda selvaggia: non più roghi, ma sciocche tribune televisive, uomini aggressivi, politica incapace di gestire rivendicazioni e diritti tutti nuovi. Hanno fatto passare del tempo, a parte qualche sporadica e timida eccezione, e sono di nuovo esplose con tutta la loro meraviglia.

E’ il lavoro di ogni strega, dopotutto, dare nuova forma e nuova sostanza alle cose. Seguendo formule alchemiche e di cuore, una buona strega non lascia mai un lavoro incompiuto: ci sarà un’altra, dopo di lei, a raccogliere informazioni e ricette, un’altra ancora pronta a sperimentare, a sfidare il mondo intero, riempirlo di saggezza e magia, di vita. Far tacere per sempre una strega innesca un processo di rinascita per tutte coloro che per cultura o per età non hanno avuto modo di liberare la magia presente in loro. La forza della tradizione, il significato reale dell’appartenenza. Certe cose ci vengono tramandate dalla pelle e dal sangue, indifferentemente dal luogo in cui nasciamo, dalle madri che ci partoriscono, dalle nonne che ci educano.

La prima magia riguarda il nostro corpo, potente mezzo fatto di carne fra l’aldiquà e l’aldilà. Il nostro sangue, lacrime rosse di Luna, è in relazione con l’universo; basta che due o più donne condividano il tempo, lo spazio e l’amore, perché il sangue fluisca negli stessi giorni, nastro rosso che unisce. L’altra magia, la più grande, risiede nel ventre: lì comincia ciò che prima non c’era, si costruisce in materia, poi si incarna. Perché le streghe fanno ancora così paura? Perché, erette Bastet alle porte della conoscenza, distribuiscono sapienza, danzando in punta di piedi: il mondo, costretto in un moto perpetuo e costante, non riesce a far caso a loro finché esse non rivelano la propria presenza, fra canti e carmi.

Nel tempo si sono evolute, di madre in figlia, di sorella in sorella, le streghe hanno affinato la tecnica, raffinato le armi: in una quiete apparente svolgono il proprio lavoro, intonano preghiere e affidano l’anima alla Luna, celeste sorella. Oggi si incontrano nei loro appartamenti bevendo tisane depurative e antiossidanti, si confortano con del buon cibo, chiedono aiuto alle carte, poi al cielo. Lontane da mariti, fidanzati, fratelli e padri che preferiscono non sapere piuttosto che mettersi in viaggio. Perché le streghe viaggiano, ed è questa la fonte primaria del loro sapere. Le streghe ascoltano, accumulano e tacciono finché non sentono la coscienza piena e tonda, pronta per essere adoperata. E’ nella capacità d’accogliere che si distinguono streghe e fattucchiere: mentre le prime aprono le braccia distribuendo cibo agli affamati, le seconde ricercano avidamente spazi e vittime, incapaci di comprendere che è nello scambio la forma più alta di magia. Non è alla ricerca della libertà, la vera strega. La vera strega nasce libera. E per tutta la vita cerca di rimanere tale, spolpando a morsi gli invasori, se necessario, lottando per la propria sopravvivenza e quella dei suoi figli. E’ un grave errore pensare che il lavoro della strega moderna finisca quando i tarocchi vengono riposti dentro il fazzoletto, o quando la candela in onore a Venere si è esaurita: la strega moderna non smette mai di diffondere incantesimi.

Guardate le vostre ostetriche, guardate le maestre dei vostri figli, gli occhi delle vostre amiche sorelle, quelli delle vostre madri, delle vostre mogli, delle vostre nonne e delle vostre amanti: ditemi se non trovate, almeno per sbaglio, almeno per poco, un attimo di magia.

Quando l’amore serve a maledire

Quando fuori piove e il cuore è in tempesta, quando c’è burrasca e le mani si muovono per fare ordine, ripristinare equilibri, rintracciare speranze:

hai denti di vetro
a scaglie catarifrangenti
i tuoi pezzi bianchi e verdi
li raccolgo
li mantengo piano piano sul grembiule
sei intero tutto rotto
farti piano, farti asciutto
vorrei ora per la notte
darti tutte le mie gocce.
– Giugno 2011

Siamo tanti, mi diceva il ragazzo tutt’arrosto
con il volto di pelliccia,
siamo tanti a questo mondo
così troppi che non avrà il mio seme
di che gemmarti
e lasciandomi così appesa a un utero
tutto paziente che, per la mancata impresa,
si restrinse nel lutto sfacciato di quell’offesa.
Siamo tanti, mi diceva Faccia-Sole,
siamo tanti e tu sei una, che pur tanta,
scorgo appena in un giardino gonfio di rose
troppe rose, quante rose, sono tante,
coglierle avrebbe voluto una ciascuna gambo su gambo infilarle.
Cosa sono queste rose, quante sono queste rose?
Sono tante?
Io che una e una resto
di tanto in tanto vorrei
qualcuno: ma tanto quanto?
Tutto quanto.
– Aprile 2011

c’è il vento ti dicevo e si appresta la gonna a scomparire
povera donna con venere in scorpione
quando l’amore serve a maledire.
– Novembre 2009

Sappia il tempo distante
quanto il mondo sia piano e lieve
di scavo in scavo
arrivo al secchio
là dove era quiete
e il tordo giaceva
con una spina a corona
mascella serrata
una mano ch’è un cappio,
un regno e tutto il resto.
I cari morti lo sanno
quanto il sognare sia fatalità
un gesto innocuo di immaginazioni e tempeste
dove ogni gemma possiede il suo costo
e i forzieri possono solo trattenere il fiato
come gonfia vela,
del mondo di sotto, del mondo di lato.
Poi lo vedo, il teorema è chiaro:
un figlio rotto è un sasso nel retto
è l’allegro andante
di un sogno nel cassetto.
– Gennaio 2011

Questo era un blink bell’e buono
ho agitato
il tic tac delle ginocchia asciutte
e ritornano quei giorni perduti a rincorrere il tempo
un bacio e poi cento
e tutto si arrotola e s’ingrifa e s’ingegna
e la quiete ha un rumore
largo quanto lo spazio intero tutto
e quel blink quel blink quel blink
tipo il vento
la cosa invisibile che muore
e resta
quella cosa di metallo e velluto
quella cosa sozza e modesta
che nel mio sorriso si assottiglia
e te lo do questo tempo
un dente bianco per ogni ora
ti concedo il lusso di questa festa
e il chiacchiericcio del mio cuore
assonnato assonnato,
(stanchiamoci molto quando faremo l’amore)
- Febbraio 2011

Io sono buia e infatti mi spavento.
- 1994

Black Swan, Persefone oggi

Darren Aronofsky non mi ha mai delusa. Persino bello pronunciare il suo nome, gratificante.

Ieri sera sono andata a vedere “Black Swan” e 24 ore dopo non riesco a togliermelo dalla testa.

Lei, la ballerina scelta per interpretare il Cigno, è La-Bambina-Della-Mamma. Una perfetta Kore dotata di corpo flessuoso, ingenuo, eterna adolescente.

Suo unico affetto una madre monolitica, che te la vedi china sul grano come una laboriosa Demetra, innamorata della promettente figlia a tal punto da dimenticare i propri talenti, la propria vocazione. La segue, la spia, la scruta, non parla mai del padre della ragazza perché Demetra non ha mai amato il padre dei suoi figli, per Demetra gli uomini sono spermatozoi per fecondare uova, Demetra non esiste senza una cara bambina di cui prendersi cura. Demetra diventa feroce se la figlia la priva del suo ruolo: in Black Swan Nina (Natalie Portman) rifiuta la fetta di torta glassata che la madre le porge causando una reazione violenta. Prodigare cure non richieste è in perfetto stile Demetra, sentirsi intimamente ferita dal rifiuto della figlia è una reazione normale e giustificabile per le madri di tale foggia.

Nina-Kore ha un problema: viene scelta come prima ballerina per il ruolo del Cigno Nero e del Cigno Bianco nel Lago dei Cigni. Per il Cigno Bianco non c’è problema: Nina, candida e speciale, sa come diffondere purezza e grazia, il suo ruolo è appunto quello della brava bambina, educata, fragile, mano nella mano con la Madre, la Grande Madre, guida e carnefice.

Per vestire i panni del Cigno Nero, Nina ha serie difficoltà a entrare a contatto con la sua parte marcia, nera, nauseabonda, perché ha paura che il suo lato oscuro possa non piacere, perché ha paura che il mostro che si muove dentro di lei possa allontanare le persone. Perché ha il terrore di non essere amata.

Il regista dello spettacolo è il luciferino Thomas-Ade, uomo senza alcun scrupolo morale, il classico cattivo ragazzo odiato dalla mamma Demetra. E’ lui che trascina Nina-Kore negli Inferi, lui che si assume la responsabilità di trasformare Kore in Persefone, Regina degli Inferi: il Cigno Nero.

La discesa negli abissi non è facile e Kore non riesce ad abituarsi alle atmosfere buie degli Inferi, il disagio comincia a farsi sentire, il viaggio nel proprio inconscio diventa doloroso, la psicosi è alle porte.

Nina-Kore deve innanzitutto allontanarsi da Demetra, presenza che le ricorda costantemente di essere una brava bambina, una figura di luce senza ombre, una creatura frigida e non sensuale che vive esclusivamente per dar gioia alle proprie ambizioni e alla propria madre.

Cade nella psicosi: visioni, paure non giustificate, allucinazioni visive e uditive: Kore è stata rapita da Ade, trascinata negli Inferi, sballottata dentro il suo inconscio.

Una pasticca di LSD offerta in discoteca sembra rappresentare quello che nel mito erano i chicchi di melograno: una volta assaggiati il Regno degli Inferi sarà il luogo dove vivrai per una parte dell’anno. Nina-Kore si prepara alla metamorfosi.

Solo quando ha compreso e accettato la sua parte nera, il Cigno Nero, solo quando ha smesso di aver paura del suo inconscio che affiora sulla pelle generando strani eritemi, solo allora Kore diventa Persefone: donna sensuale e inconscia, Regina delle anime, non più figlia della mamma, ma sposa saggia e devota. Il cammino dentro la follia può annientare o, al contrario, generare nuova consapevolezza. Nina-Persefone riesce per un attimo, con le sue piroette piene di vita e sentimento, a essere una Persefone piena, totale, finalmente Signora del proprio inconscio, guida del proprio fantasma interiore.

(In una scena del film il regista Thomas cerca di “erotizzare” Nina afferrandole voluttuosamente una coscia. L’ispirazione, è evidente, viene da qui, il Ratto di Proserpina del Bernini -particolare e totale: