Uno

Milano era un cantiere. Le gru svettanti voltavano le teste come antichi e magri uccelli monoalati. Ciascuna con una sua vocazione, un diverso orizzonte cui guardare. Non ho mai visto uomini sopra quelle gru, non ne ho mai visti, indefiniti come figurine di pasta-sale, attorno agli edifici in progress. Una mano invisibile plasmava, forse, il cemento e lo faceva diventare cubico e levigato; o, forse, robot di ultimissima generazione si prodigavano per dare alla città un’idea di rinnovamento. I templi della modernità si imponevano in un territorio fatto di desolazione, nessuno li stava a guardare. Per i milanesi era facile costeggiare a piedi o dentro un’automobile quei cantieri che ogni giorno crescevano fra l’indifferenza; per i milanesi, abituati ad abitare e non a vivere quella loro città, era facile non impaurirsi davanti allo sconcertante silenzio delle opere edilizie.

Io cercavo di starmene il più possibile dentro casa. Un quadrato verdino con i soffitti bassi, una cassa da morto arredata Ikea con un balcone incrostato di sterco di piccione. C’erano un fornello e un microonde che avevo timore di toccare, immaginando che all’accensione si sarebbe aperta una bocca profonda e tutto avrebbe preso fuoco. Anche la macchina per il caffè se ne stava inutilizzata sopra la mensola in cucina, ma lei non sembrava chiedere molte attenzioni.

Gli arredi non portavano addosso alcun odore. Bianchi e stilizzati come i corpi delle ragazzine morte di fame per moda e per fama, non avevano vita.

Volevo dei fiori solo per me. Ne comprai in piccoli vasi neri, due violette, tre ciclamini, una pianta di timo.

Il primo giorno mi stesi sul letto e mi addormentai guardando il ventilatore d’acciaio che scendeva dal soffitto.

Pensa se mi tagliasse a pezzetti, pensavo.