Melissa P.: «Gli italiani, che romantici!» – Monica Bogliardi su Grazia (01/12)

Scambisti, gigolò, esperti di sesso estremo, eppure alla ricerca dell’amore. Melissa P. li ha intervistati e ha stilato una “mappa” degli  usi erotici del nostro paese. con qualche sorpresa.

Il Biondo e il Moro, i due gigolò che fanno impazzire le signore di Treviso. Le studentesse di Bari che offrono massaggi erotici nelle loro camere, tra i testi universitari e l’olio di jojoba. Il melting pot sessuale di Catania, dove «tutti vanno ovunque». La pigrizia erotica di Roma, dove «i cinematografari giacciono con le attrici, i politici con le giornaliste, gli impiegati comunali con le impiegate ministeriali».

Questi flash sono tratti dalla “mappa erotica” del Belpaese che la scrittrice Melissa P. ha mandato in libreria: In Italia si chiama amore (Bompiani). Un reportage su desideri, paure e contraddizioni degli italiani di fronte al sesso.

Ci spiega il titolo del libro? «È nato per raccogliere viaggi e inchieste intorno all’eros, che mi aveva commissionato il Corriere della Sera a Bari e Treviso. Io ci ho aggiunto Genova, Catania, Roma. Il titolo significa che, anche nella promiscuità più totale, cerchiamo l’amore».

Davvero siamo ancora un popolo di romantici? «Nel sesso di gruppo è difficile parlare di romanticismo: lì si mettono in scena delle trasgressioni che hanno poco a che vedere con il desiderio autentico. Comunque sì, in generale noi italiani siamo ancora un popolo romantico».

La vera sorpresa è che siamo anche molto repressi, però… «Ci siamo “liberati” solo esteriormente, noi donne con tacchi e minigonne. Ma quando ci troviamo davanti a qualcosa di diverso, ci scandalizziamo».

Sì, però i giovani consumatori di Viagra… «Primo: molti ragazzi usano alcol e droghe varie. L’erezione e il desiderio ne risentono, alla lunga. Secondo: psicologicamente i giovani trovano le ragazze difficili da gestire. Diventa tutto più facile se si ha un alleato farmacologico. In pratica, si avvicinano con paura al sesso e non rispettano i loro veri desideri».

Perché aumentano i “cuckold”, insomma, i guardoni? «Guardare toglie ogni responsabilità e dà un senso di libertà. Non sono persone con problemi sessuali, almeno non tutti. A farlo sono soprattutto gli uomini, per le donne la vista è sessualmente meno importante».

Che cosa pensa dei casi tragici di sesso estremo? «Lo si è sempre fatto, ora è di moda parlarne. Dove esistono un vuoto, una privazione, c’è anche la necessità di colmarlo, ed ecco il meccanismo. E poi si vuole provare dolore perché, contemporaneamente, si prova anche piacere».

Ma bisogna avere una predisposizione psicologica particolare… «Esercitarsi un po’ con le corde non è sinonimo di sesso estremo. È solo una pratica sofisticata. Il vero sesso estremo riguarda la mente, non il corpo. E poi anche legare due corde può essere un gesto d’amore…».

La cosa che l’ha sorpresa di più in questo viaggio? «Le ragazzine che si fanno pagare dai loro compagni per perdere la verginità. Temono di essere considerate “poco di buono” perché hanno delle voglie sessuali. Incredibile, no?».

Sostiene che gli scambisti non sono così trasgressivi. «La trasgressione non esiste, perché non c’è un confine nella sessualità. Lo scambio è una pratica come un’altra. Volevo dire altro: ho visitato molti club privé, a Roma, e ho visto che c’è poco eros, solo scambio fisico. Molti non si guardano neanche in faccia».

Il tabù più resistente che ha incontrato in Italia? «Il sesso tra gli anziani. Poiché è lontano dalla procreazione, non ha più un diritto d’esistere. E poi il corpo vecchio, non fisicamente all’altezza, fa ancora impressione».

Il porno in Rete è la neofrontiera della libertà sessuale? «No. È solo uno strumento da usare quando sei solo. Secondo me, non è neanche un mezzo tanto creativo. Meglio un film hard, se uno può scegliere: c’è più fantasia».

Quale città è risultata più gaudente? «Catania: è antica, accetta le diversità e le sperimentazioni perché è saggia. Lì ci si mischia e ci si ama senza per questo sentirsi in colpa».

Il sesso è la cartina di tornasole di una società? «Da come cambiano i costumi erotici si capisce come stanno trasformandosi politica e cultura. Sesso e infanzia sono gli unici due mondi in cui le persone sono autentiche, vere».

Per questo scrive sempre e solo di eros? «Ne scrivo perché è un momento della ricerca della verità. Comunque, con questo libro chiudo un ciclo».

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Il sesso rivela la cultura di un popolo – Tiziana Lo Porto su Blumedia (01/12)

Tornata in libreria con il libro-inchiesta In Italia si chiama amore, Melissa P. parla di eros e sentimenti. E spiega perché ha voluto dirigere una rivista porno per donne.

Ha esordito nel 2003 con 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, bestseller tradotto in più di trenta lingue che ha venduto più di due milioni di copie. A seguire due romanzi (L’odore del tuo respiro e Tre), una graphic novel (Vertigine, con Alice Pasquini) e il pamphlet In nome dell’amore. Da qualche mese, insieme ad altre scrittrici, giornaliste, registe, fotografe e artiste italiane, lavora a Dita, rivista pornografica fatta esclusivamente da donne, di cui sarà direttrice. Melissa P., al secolo Melissa Panarello, catanese del 1985, è appena tornata in libreria con un brillante libro inchiesta. Nato da una serie di articoli scritti per il settimanale Sette del Corriere della Sera, e arricchito da un’introduzione e alcuni capitoli inediti, il volume si chiama In Italia si chiama amore (Bompiani, pagg. 105, euro 13,50) e ha per protagonisti gli italiani e il sesso.

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Il titolo è preso in prestito da un vecchio film-inchiesta degli anni Sessanta. Girato da Virgilio Sabel con attori non professionisti, il film raccontava storie d’amore ispirate a fatti veri. In forma di libro, In Italia si chiama amore è sempre un’inchiesta, onesta e illuminata, firmata dall’autrice di 100 colpi di spazzola Melissa P., che in poco più di cento pagine racconta il sesso così com’è vissuto o soltanto percepito dagli italiani. Scrive l’autrice nella bella introduzione al libro: “Il sesso è la cartina di tornasole di una società”. E subito dopo: “Ma raccontare l’eros è complicato, sempre. E ancor più complicato è raccontarlo in un paese che, nonostante la facilità con cui riesce a esibire la propria sessualità, ha paura del sesso e prova a tenersi a debita distanza dal desiderio”. Partendo da questi presupposti, Melissa attraversa l’Italia in cerca di storie da raccontare, storie di sesso sì, ma anche sentimentali e di costume, che tanto dicono dell’Italia che abitiamo. Storie del Nord e del Sud Italia, che attraversano generazioni, appartenenza politica e provenienza sociale, a voler rendere omaggio all’inarrivabile Comizi d’amore di Pasolini che a rivederlo adesso non appare affatto lontano. Si scopre così, insieme a Melissa, che in Italia “regna un pudore sconsiderato” e “gli adolescenti sono molto più bigotti degli adulti”, che “non è un paese per donne”, che “a Catania ci si ama con gli occhi” mentre “a Roma il sesso è sedentario, non sperimenta”. E soprattutto che “il sesso non uccide”. Anzi.

Non ti sei stancata di scrivere di sesso in Italia? «Finché ci sarà ancora chi mi chiede perché scrivi ancora di sesso, sarà necessario continuare a parlare di sesso. Non è una domanda che fai a chi scrive di calcio o di economia, o a chi scrive thriller. Scrivo di sesso e penso sia fondamentale parlarne perché è una cosa che ti restituisce la cultura di un popolo e di ogni singola persona. Ciò detto, in questo libro sono io che osservo gli altri, sono spettatrice e non protagonista, e passare dall’altra parte della strada è stato un modo per chiudere il ciclo iniziato nel 2003 con 100 colpi».

Rispetto all’Italia del 2003, l’Italia che racconti in questo libro è diversa? «No, è sempre la stessa».

Tu come scrittrice sei cambiata? «Quello lo posso giudicare poco. Io mi sento cresciuta, anche se non mi sento ancora arrivata. So di avere ancora dei limiti, delle lacune, ma studio per colmarle».

A un certo punto del libro scrivi: “L’Italia ha paura del sesso”. Io mi sentirei di aggiungere, gli italiani più delle italiane. Sei d’accordo? «Sì, anche se un po’ è una paura dettata dal fatto che le italiane ultimamente forse ne parlano troppo. O meglio, è come se certe donne volessero sezionare il sesso, analizzarlo nei minimi dettagli, e questa è una cosa che agli uomini fa paura. La provocazione che faccio adesso con questo libro e che con altre scrittrici e giornaliste sto cercando di fare mettendo in piedi la rivista Dita, sta sì nel parlare di sesso, ma nel parlarne in termini anche emotivi. Se allontaniamo ogni forma di sentimento dalla sessualità, è chiaro che se ne ha paura».

Cosa ha segnato maggiormente la tua educazione sentimentale? «I pomeriggi dall’estetista con mia madre. Lei si faceva fare la ceretta e io mi mettevo ad aspettarla dentro la sauna con la porta aperta e ascoltavo lei e l’estetista che parlavano di sesso e di uomini. E lì mi succedeva che guardavo la pelle delle donne e pensavo: chissà com’è quella pelle che ha già fatto sesso, chissà se quella pelle può dirmi com’è il sesso. Mi aspettavo che la pelle mi potesse dare degli indizi sulla sessualità delle persone».

Sempre nel libro scrivi: “L’Italia non è un paese per donne”. A volere essere costruttivi, cosa si potrebbe proporre? «Intanto sarebbe bello avere un governo formato per metà da donne. E poi bisognerebbe smettere di pensare che le donne in Italia vanno avanti anche se non hanno talento. In alcuni casi è così, ma non è la regola».

Nel fare le inchieste ti sei accorta di differenze regionali o generazionali? «Generazionali paradossalmente molto poche, perché in Italia i giovani emulano i grandi, i grandi emulano i giovani, e i ruoli finiscono per coincidere. Le vere differenze sono quelle tra Nord e Sud: al Nord sono più bigotti, i settentrionali sono molto più attaccati all’idea di sesso come trasgressione, mentre al Sud c’è una sessualità molto più da strada, da parco, da piazza, è molto più umana e meno spersonalizzante».

Sicuramente il clima politico che abbiamo avuto in Italia negli ultimi anni ha condizionato la relazione che gli italiani hanno con il sesso. Secondo te quanto è avvenuto è irreversibile? «No, sono convinta che ci sarà un cambiamento, e molto in positivo. L’attuale governo della sobrietà ha di buono che l’italiano non diventerà mai sobrio, quantomeno non dopo vent’anni di esibizionismo pornografico, e finirà per trovare una più sana e auspicabile via di mezzo. Non che io ami le vie di mezzo, ma per il sesso credo sia fondamentale, laddove il sesso non è altro che un’unione tra corpo e cuore».

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Melissa P torna alla ribalta: «Parlate di sesso per parlare di altro» – Valentina Della Seta su Il Messaggero (01/12)

Con il suo primo romanzo, Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, Melissa P. ha contribuito a inaugurare nel nostro paese il fenomeno del mega-seller. Un successo che è arrivato molto più in là dei confini dell’Italia, conquistando vendite a sei zeri e le copertine dei giornali di mezzo mondo. Come racconta uno dei suoi editor di allora, Vincenzo Ostuni: «Nel 2004 siamo andati con Melissa alla Fiera di Francoforte in macchina e quando ci fermavamo negli autogrill tedeschi tutti la riconoscevano». È un genere di notorietà che pochi hanno conosciuto, e dal quale non è facile uscire indenni: «Lì per lì non ci ho fatto caso», afferma la scrittrice, «ero troppo piccola, ma credo che se fosse successo adesso mi avrebbe traumatizzato».

Melissa oggi ha venticinque anni. È nata a Catania, ma vive a Roma, in una bella casa affacciata su Piazza Vittorio, di quelle costruite nel primo Novecento, con i soffitti alti e le stanze grandi. Sul tavolo in cucina tiene il volume delle opere complete di Silvia Plath, e altri con le poesie di Anne Sexton e Amelia Rosselli. Ha appena pubblicato il suo quinto lavoro, un saggio narrativo dal titolo In Italia si chiama amore, uscito in questi giorni per Bompiani.

Da dove viene questo titolo? «L’ho preso da un documentario sulla sessualità degli italiani, girato negli anni Cinquanta dal regista Virgilio Sabel. Il libro è una versione ampliata delle mie inchieste sul sesso nelle città italiane».
C’è un capitolo dedicato a Roma, in cui scrive: «Pensavo che una città tanto desiderata fosse capace di regalare altrettanto desiderio, un fluire perpetuo di sensualità, strade disseminate di complimenti e rose, ragazzi in motorino pronti a offrirti un passaggio, ragazze antiche ondeggianti sui fianchi eterni».

Sembra che lei sia arrivata nella capitale con un immaginario mutuato dalla Dolce Vita anni Cinquanta. «Penso che tutti ci arrivino così, credendo che Roma sia una città piena di possibilità. Io poi mi aspetto sempre che la Dolce Vita sia da qualche parte, ogni volta che mi sposto spero di trovarla. Ma mi sono accorta che Roma è una città anche molto disgregata, in cui gli abitanti si mescolano poco, e ognuno frequenta solo persone del suo stesso ambiente. Quest’ultima considerazione però non vale per descrivere Piazza Vittorio: non è solo dei romani, quindi in questo luogo io gli altri abitanti ci sentiamo legati da una sorta di estraneità».

Qui ti senti in qualche modo a casa?
«Quanto mi senta a casa qui l’ho capito stamattina, quando mi hanno citofonato per scendere a partecipare alla foto di gruppo con gli abitanti del quartiere».

Tornando al libro, mi sembra che ci sia dentro soprattutto un suo modo di stare al mondo, fatto di pochi giudizi e di molta compassione.
«Compassione è la parola giusta: la compassione è umana, la pietà cristiana. La pietà sottintende un sentimento di superiorità verso chi ci impietosisce. La compassione ammette invece l’altrui fallibilità quanto la propria, quindi si gioca ad armi pari».

Quando si parla di lei si scatenano reazioni anche molto violente, una cosa che non succede con altri scrittori, mentre lei non parla mai male di nessuno. «Le persone di cui voglio parlare male le metto nei romanzi, è il mio modo per liberarmene e per esorcizzarle. Nella vita cerco di non avere a che fare con le cattiverie, è una difesa che ho adottato fin da quando ero piccola».

L’essere identificata come scrittrice di cose di sesso ha influito sulla sua vita amorosa?
«È una tragedia. Gli uomini pensano che mi interessi soprattutto il sesso in una relazione, mentre è chiaro che anche io, come tutti, ho necessità di intessere dei rapporti sentimentali. Per quanto riguarda la mia scrittura, spero che si capisca che il sesso è spesso un pretesto per parlare anche di altro».

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