Siamo tutti un po’ Shame

Andiamo al cinema e guardiamo Shame in un’epoca carica di vergogna. Un tempo che vuole dilatarsi, espandersi, diventare eterno. Un tempo in cui tutti, nessuno escluso, provano a regnare sulla propria esistenza come se un giorno fosse il primo e l’ultimo e provano a stirarlo, il tempo, finché non si sfilaccia.

Brandon non ha un problema sessuale. Brandon è un narcisista incapace di intrecciare relazioni, di vedersi proiettato oltre il suo presente, di sentirsi parte di una vita e di un mondo che sembrano accadere da qualche altra parte, in un altro tempo.

Quando la sorella si impone nella sua casa, occupa il suo divano, si porta al letto il suo capo, Brandon la detesta, la allontana, le nega cura e protezione. Non lo fa, come sostiene qualcuno, perché si sente privato della libertà di poter fare quel che vuole. La detesta perché lei gli ricorda che esistono i legami, le relazioni, le radici, dalle quali puoi scappare, nasconderti, puoi cambiare nome e faccia, ma quelle ti trovano sempre e ti obbligano a rimanere.

Brandon è insaziabile perché è impossibile colmare un vuoto riempiendolo con altro vuoto,   le sue avventure ricordano i contenitori venduti sulle bancarelle di Napoli con sopra scritto aria di Napoli, che li apri e non c’è niente. Come è possibile rintracciare il piacere, il godimento, la gioia, se la posta messa in gioco è così bassa?

Shame è la storia di una solitudine, non di un erotomane. E la solitudine si sconfigge in tanti modi e non tutti nobili.

100 colpi di spazzola prima di andare a dormire raccontava la stessa storia. Solo che molti hanno preferito vedere una ragazzina affamata di sesso, una bambina depravata, una giovane donna senza futuro. Ma il romanzo, come Shame, descrive un’altra storia, sottile e delicata, la storia di una mancanza, la perdita e la ricerca della propria individualità. In tutti questi anni io sono stata vittima di ammiccamenti, insulti, pregiudizi. Perché sono donna, perché quando pubblicai il mio primo romanzo ero giovane e quindi non mi era concesso esprimere il mio mal di vivere in quella modalità. E se Brendon si fosse chiamato Brenda, cosa direbbero oggi di lui?

 

Il sesso rivela la cultura di un popolo – Tiziana Lo Porto su Blumedia (01/12)

Tornata in libreria con il libro-inchiesta In Italia si chiama amore, Melissa P. parla di eros e sentimenti. E spiega perché ha voluto dirigere una rivista porno per donne.

Ha esordito nel 2003 con 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, bestseller tradotto in più di trenta lingue che ha venduto più di due milioni di copie. A seguire due romanzi (L’odore del tuo respiro e Tre), una graphic novel (Vertigine, con Alice Pasquini) e il pamphlet In nome dell’amore. Da qualche mese, insieme ad altre scrittrici, giornaliste, registe, fotografe e artiste italiane, lavora a Dita, rivista pornografica fatta esclusivamente da donne, di cui sarà direttrice. Melissa P., al secolo Melissa Panarello, catanese del 1985, è appena tornata in libreria con un brillante libro inchiesta. Nato da una serie di articoli scritti per il settimanale Sette del Corriere della Sera, e arricchito da un’introduzione e alcuni capitoli inediti, il volume si chiama In Italia si chiama amore (Bompiani, pagg. 105, euro 13,50) e ha per protagonisti gli italiani e il sesso.

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Il titolo è preso in prestito da un vecchio film-inchiesta degli anni Sessanta. Girato da Virgilio Sabel con attori non professionisti, il film raccontava storie d’amore ispirate a fatti veri. In forma di libro, In Italia si chiama amore è sempre un’inchiesta, onesta e illuminata, firmata dall’autrice di 100 colpi di spazzola Melissa P., che in poco più di cento pagine racconta il sesso così com’è vissuto o soltanto percepito dagli italiani. Scrive l’autrice nella bella introduzione al libro: “Il sesso è la cartina di tornasole di una società”. E subito dopo: “Ma raccontare l’eros è complicato, sempre. E ancor più complicato è raccontarlo in un paese che, nonostante la facilità con cui riesce a esibire la propria sessualità, ha paura del sesso e prova a tenersi a debita distanza dal desiderio”. Partendo da questi presupposti, Melissa attraversa l’Italia in cerca di storie da raccontare, storie di sesso sì, ma anche sentimentali e di costume, che tanto dicono dell’Italia che abitiamo. Storie del Nord e del Sud Italia, che attraversano generazioni, appartenenza politica e provenienza sociale, a voler rendere omaggio all’inarrivabile Comizi d’amore di Pasolini che a rivederlo adesso non appare affatto lontano. Si scopre così, insieme a Melissa, che in Italia “regna un pudore sconsiderato” e “gli adolescenti sono molto più bigotti degli adulti”, che “non è un paese per donne”, che “a Catania ci si ama con gli occhi” mentre “a Roma il sesso è sedentario, non sperimenta”. E soprattutto che “il sesso non uccide”. Anzi.

Non ti sei stancata di scrivere di sesso in Italia? «Finché ci sarà ancora chi mi chiede perché scrivi ancora di sesso, sarà necessario continuare a parlare di sesso. Non è una domanda che fai a chi scrive di calcio o di economia, o a chi scrive thriller. Scrivo di sesso e penso sia fondamentale parlarne perché è una cosa che ti restituisce la cultura di un popolo e di ogni singola persona. Ciò detto, in questo libro sono io che osservo gli altri, sono spettatrice e non protagonista, e passare dall’altra parte della strada è stato un modo per chiudere il ciclo iniziato nel 2003 con 100 colpi».

Rispetto all’Italia del 2003, l’Italia che racconti in questo libro è diversa? «No, è sempre la stessa».

Tu come scrittrice sei cambiata? «Quello lo posso giudicare poco. Io mi sento cresciuta, anche se non mi sento ancora arrivata. So di avere ancora dei limiti, delle lacune, ma studio per colmarle».

A un certo punto del libro scrivi: “L’Italia ha paura del sesso”. Io mi sentirei di aggiungere, gli italiani più delle italiane. Sei d’accordo? «Sì, anche se un po’ è una paura dettata dal fatto che le italiane ultimamente forse ne parlano troppo. O meglio, è come se certe donne volessero sezionare il sesso, analizzarlo nei minimi dettagli, e questa è una cosa che agli uomini fa paura. La provocazione che faccio adesso con questo libro e che con altre scrittrici e giornaliste sto cercando di fare mettendo in piedi la rivista Dita, sta sì nel parlare di sesso, ma nel parlarne in termini anche emotivi. Se allontaniamo ogni forma di sentimento dalla sessualità, è chiaro che se ne ha paura».

Cosa ha segnato maggiormente la tua educazione sentimentale? «I pomeriggi dall’estetista con mia madre. Lei si faceva fare la ceretta e io mi mettevo ad aspettarla dentro la sauna con la porta aperta e ascoltavo lei e l’estetista che parlavano di sesso e di uomini. E lì mi succedeva che guardavo la pelle delle donne e pensavo: chissà com’è quella pelle che ha già fatto sesso, chissà se quella pelle può dirmi com’è il sesso. Mi aspettavo che la pelle mi potesse dare degli indizi sulla sessualità delle persone».

Sempre nel libro scrivi: “L’Italia non è un paese per donne”. A volere essere costruttivi, cosa si potrebbe proporre? «Intanto sarebbe bello avere un governo formato per metà da donne. E poi bisognerebbe smettere di pensare che le donne in Italia vanno avanti anche se non hanno talento. In alcuni casi è così, ma non è la regola».

Nel fare le inchieste ti sei accorta di differenze regionali o generazionali? «Generazionali paradossalmente molto poche, perché in Italia i giovani emulano i grandi, i grandi emulano i giovani, e i ruoli finiscono per coincidere. Le vere differenze sono quelle tra Nord e Sud: al Nord sono più bigotti, i settentrionali sono molto più attaccati all’idea di sesso come trasgressione, mentre al Sud c’è una sessualità molto più da strada, da parco, da piazza, è molto più umana e meno spersonalizzante».

Sicuramente il clima politico che abbiamo avuto in Italia negli ultimi anni ha condizionato la relazione che gli italiani hanno con il sesso. Secondo te quanto è avvenuto è irreversibile? «No, sono convinta che ci sarà un cambiamento, e molto in positivo. L’attuale governo della sobrietà ha di buono che l’italiano non diventerà mai sobrio, quantomeno non dopo vent’anni di esibizionismo pornografico, e finirà per trovare una più sana e auspicabile via di mezzo. Non che io ami le vie di mezzo, ma per il sesso credo sia fondamentale, laddove il sesso non è altro che un’unione tra corpo e cuore».

Articolo originale

Tutte le donne del Presidente. Melissa P e il paradosso berlusconiano – Luca Telese sul Misfatto (01/11)

Nei giorni in cui si parla di sesso con minorenni, il parere di Melissa P. – alias Melissa Panarello – è uno straordinario strumento per rivelare il paradosso della manipolazione mediatica berlusconiana. Infatti, dopo il mega-vertice di Arcore con cui Silvio Berlusconi ha dettato le direttive che dovrebbero portare alla celebrazione televisiva della “Santa Maria Godetti” Ruby (riabilitata in diretta dall’ex seminarista voyeur Alfonso Signorini), alla giubilazione di Sabina Began (una novella monaca di Monza folgorata sulla via della fede, nell’intervista a Sky) e la canonizzazione della martiri dell’Olgettina (per noi – da oggi – “Orgettina”), le sante siliconate in tacchi a spillo assediate dai giornalisti, la storia di Melissa fa crollare la verità di facciata: “Sono la testimone migliore per verificare il nuovo doppiopesismo erotico dell’apparato di consenso berlusconiano”.

In che senso? Quando scrissi I cento colpi di spazzola, e  l’Odore del tuo respiro, le andavano al contrario.

Ovvero? Meglio. La destra bacchettona almeno faceva la destra: mi accusava di fare pornografia, definiva immorale la narrazione della sessualità fra minorenni, o dei minorenni e il mio libro osceno.

E adesso invece? Provo soddisfazione quando vedo persone come la Santanchè e Sallusti impegnati a difendere i rapporti sessuali a pagamento, le bustarelle i regalini da settemila euro, le entreneuses dell’Olgettina che progettavano furtarelli per arrotondare la paghetta dei festini.

Ti paiono difese ipocrite? Gli stessi giornali che consideravano scandaloso e inaccettabile che una ragazza facesse sesso con tre persone, o con uomini più grandi di lei, anche se lo voleva lei, ci propongono lo stereotipo della povera Ruby, che prende bustarelle senza macchiarsi di peccato. Miracolo.

Tu però non sei una moralista. Quale sarebbe il grande discrimine? I soldi, ti pare poco? C’è una differenza abissale fra il sesso come esperienza e il sesso come marchetta. E’ una differenza che spesso anche la sinistra non mette a fuoco, rifugiandosi su posizioni moralistiche e ridicole.

Chi è il premier, in questo racconto erotico, visto con i tuoi occhi? Un vecchio di settanta tre anni con i capelli finti e la pelle rovinata dalla chirurgia plastica e dai fondotinta.

Ci credi alla grande seduzione del Cavaliere? Serve coraggio per definirlo bello, molti sostengono possieda un certo fascino: il potere, i soldi, l’ilarità, non passano inosservate, soprattutto quando sei una giovane donna di provincia con un pugno di sogni nel cassetto e poche possibilità per farcela.

Giustifichi le veline dell’Orgettina? “Berlusconi vende sogni”, mi ha detto la escort Terry De Niccolò nell’intervista che le ho fatto per “Sette”. Se ha incantato gli italiani perchè dovremmo stupirci se incanta le ragazze?

Che rapporto si stabilisce, secondo te, fra il settantenne e le giovani mantenute dell’Harem? Per me, che non uso le categorie della politica è un dialogo drammatico: lui chiede in cambio l’unica cosa che ha irrimediabilmente perso. L’unica cosa che né il potere né i soldi né le magie della scienza possono restituirgli: il mito dell’eterna giovinezza.

Quindi è un doppio inganno? Ma avete dato un’occhiata alle date di nascita delle ragazze del bunga-bunga? La più vecchia è nata nel ’78 e la più giovane nel ’92!

Tu saresti la più vecchia, eh, eh… Nicole Minetti, l’igienista dentale, o mentale, che a tutto provvede, dall’alloggio ai travestimenti erotici, è del 1985, mia coetanea.

Trovi affinità generazionali? Mentre noi nascevamo e crescevamo, Berlusconi era un imprenditore che si gettava in politica. Io e Nicole eravamo bambine quando diffondeva i suoi messaggi televisivi in calza di naylon, descrivendosi come “un ragazzo un po’ stagionato ma con il cuore sempre giovane”.

Che effetto ti faceva? Stagionato mi faceva pensare al parmigiano. La mia amica L. B. mi ha detto che, l’Italia non è un paese per vecchie. Il ragionamento non è sbagliato, ma va esteso: l’Italia non è un paese per donne.

A parte quelle dell’harem. Dici? Dopo passiamo a loro. Ma chi è vecchia viene ignorata e tenuta distante da qualsiasi tipo di dibattito o confronto, soprattutto sessuale. Non mi è ancora chiaro se si tratti di tabù o, peggio, di disgusto o forse di tutte e due le cose.

Non è tutta colpa di Berlusconi, questa. Non solo sua. La carne della vecchia è, per gran parte della società, carne avariata, incapace di regalare piaceri né desideri erotici. Anzi, la vecchiaia delle donne diventa una cosa di cui farsi beffa, da deridere, sulla quale non ci sono  nè comprensione né analisi.

Quand’è che tutto questo comincia? La saga della Madonna di Valva, alias Noemi Letizia, è il primo capitolo del romanzo porno soft che ha cambiato l’Italia.

Perché? Le ragazze che si danno in pasto al drago. per usare le parole di Veronica Lario, in cambio di favori e regali, sono diventate un codice possibile, tutto sommato accettato.

A tratti sembra che siano loro a circuire Berlusconi, in questo scambio di ruoli che il pornoromanzo disegna… E’ un paradosso: la giovinezza diventa insieme merce e arma di ricatto. Ma se una ragazza bella e di talento deve andare a letto con un vecchietto vittima di priapismo per avere un lavoro, i fatti sono due: o il talento femminile non c’è più o in Italia il solo talento non basta. La parabola di Berlusconi non è nuova né scontata e ripercorre uno schema classico della letteratura tardo ottocentesca: i maschi hanno denti affilati e sete di sangue virginale, le femmine sono creature eteree la cui unica dote è una bellezza che racchiudeva in sé la promessa di una vita eterna. Siamo dalle parti di Bram Stoker e di Dracula. Anche questi in versione pornosoft, s’intende.

Silvio come replicatore di cliché ossessivi? Quello – per esempio – dei Maestri Invisibili della setta dell’Oto e della loro ossessione per il liquido seminale. Tante più donne l’operatore riesce a possedere, tante più sono le possibilità di accrescere il suo potere.

Oppure? Oppure più semplicemente, Silvio sta dentro un altro schema classico: quello del “vecchio porco”. Uno che tocca culi e cosce alle invitate, congedate poi con una busta piena di soldi o una farfallina gioiello; che pratica per ore sesso orale a un’attonita Patrizia D’Addario, mentre lo stereo diffonde le note della nota ballata stilnovista “Zoccole zoccole”.

Adesso non fare la puritana. Affatto. Ma uno che chiama bunga-bunga le ammucchiate con femmine rigorosamente under 30, mentre uno o due maschi stanno a guardare, schiavi masochisti di un sadico governante ha una sessualità inquietante…

Cioè? In molte comunità tribali, accade spesso che il capo consumi sesso di gruppo in pubblica piazza: in questo modo comunica ai suoi sottoposti quale è il suo potere, calcolato sulla base della prestazione sessuale. Ogni donna che possiede è un voto di fiducia da parte del suo popolo.

E non ti piace nemmeno un po’, tu che ti vanti di esaltare la libertà totale della sessualità? E’ il simbolo dell’arretratezza culturale e sessuale italiana.

Fammi un esempio… “O fai tutto quello che ti viene chiesto o vai a casa”, dice una ragazza intercettata all’amica, riferendosi alle feste di Arcore. O quindi la femmina si sottomette al maschio, si concede a “Dracula”, o viene allontanata e cancellata. Non c’è l’eros nel confronto con la donna. tutti  si succhiano il sangue a vicenda, saccheggiando desiderio, amore e  libertà. Non è l’amore libero ma la sua caricatura opposta. La fine della libertà erotica.

Luca Telese