Love Boat

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Avvicini fra loro due poltrone e ti stendi come meglio puoi sotto i neon del bar della nave, le palpebre chiuse disturbate dalla televisione sintonizzata su Italia 1.

Sei felice solo quando viaggi, pensi.

Sei felice solo quando viaggi. Acciambellata sopra le poltrone blu di una nave. Dentro un treno sconvolto dai cattivi odori. Su un autobus che non arriva mai. Chiusa in una macchina, la musica, il vento, dormi, qualcun altro conduce.

Sei felice solo quando percorri quel segmento di tempo e di spazio in cui non sai dove sei, quella linea ignota che separa l’inizio dalla fine. Uguale fatica per cominciare e per finire. In mezzo, invece, si galleggia, si sta con tutte le cose al proprio posto, si sta fermi e chiusi in uno spazio che appartiene solo al presente e che ogni tanto proietta qualche immagine sbiadita del momento appena trascorso o qualche guizzo del momento che sta per arrivare.

Sei stata felice sul ponte, al tramonto, con quell’alone di fuoco sopra gli edifici di pietra lavica e il vulcano sovrastato dal pennacchio di fumo. Lasciarsi indietro, fisicamente, qualcosa. Sapere che, dopotutto, ogni cosa resterà lì, alle spalle, e si può sempre ritornare. Ma andare, per carità, andare. Intanto, partire.

Dietro di te il sorriso inconsueto di tua sorella, quegli occhi pennellati di nero che ti guardano dal balcone di casa sua, quei segreti vostri, la vostra tristezza sorella.

Tua madre, la sua vulnerabilità, la sua furia, la sua violenza, la sicurezza che mette nella voce e nei gesti quando afferma che tu sei roba sua, non la figlia che ama, ma un suo oggetto, un utensile che alleggerisce i pensieri.

E, prima ancora, l’isola che suona come alicette che si tuffano nella tanica d’olio, le scale, i gechi, i silenzi, le mani di Luisa, il panino imbottito di Anna e Ettore.

Indietro ancora, lui, i boschi, il cavallo con un occhio blu, indietro, la fune sul lago, le libellule, certe parole, certe carezze, la sensazione di farsi del male prima di aver cominciato a farsi del bene, il disappunto che provate ogni volta che vi riconoscete così simili, ugualmente capaci di guarire e di ferire.

Ti svegli per le fitte alla schiena, ti giri su un fianco per dare conforto all’altro lato del corpo. Ti guardi attorno, dormono quasi tutti. Piedi nudi, tenerezza di corpi esausti, coperte e sacchi a pelo, file orizzontali di bambini occupano gran parte del pavimento a loro agio nei calzoni corti, egoisti senza perdono, mamma e papà chini sui tavolini tondi con il viso fra le braccia, le gambe piegate, un rivolo di saliva dalle labbra. Tre ragazzini francesi con cui hai fatto amicizia, che ti hanno fatto sentire vecchia e inadatta alla birra versata dal barile, alla canna d’erba, al loro viaggio in sacco a pelo, “Potresti essere nostra madre!” dicevano scherzando, ma tu avevi otto anni quando loro sono nati e avevi la loro età quasi dieci anni fa, ma hanno ragione, è vero, potresti essere loro madre.

La luna piena sul mare, sopra una nave che taglia in due le onde e il vento, fa vergognare. Te la aspetteresti, quindi sposti gli occhi da qualche altra parte, in cerca di qualcosa di meno scontato. Vicino a te c’è un uomo che non ti direbbe mai che potresti essere sua madre, anche lui sta guardando la luna e si sta rollando una sigaretta. Potrebbe avere un bel viso, ma il buio te lo nasconde. Sai che ti sta guardando perché riconosci il lampo nelle pupille, lo guardi anche tu, poi torni a concentrarti sulla banalità dell’orizzonte finché non ne puoi più e rientri. Sono, ora, tutti vulnerabili. Vorresti abbracciarli tutti perché dormono, perché hanno gli occhi chiusi e le bocche semi aperte e sono tutti uguali, piccoli e privi di meschinità. Ami l’umanità quando dorme.

In fondo, a ridosso del bancone chiuso, un tavolo è sveglio. Un ragazzo con una maglietta più stretta di quanto possa permettersi e jeans troppo bassi che lasciano intravvedere la linea del sedere, un cappello più piccolo del cranio. Chiacchiera, in piedi, con un uomo seduto. Anche lui ha un cappello, un borsalino della taglia giusta. Indossa una camicia color cachi e pantaloni bianco sporco, scarpe di cuoio senza calzini, con le dita lunghe e ossute stringe la testa del suo bastone d’ebano.

Gli occhi sono troppo pesanti, si chiudono senza intenzione, stai ancora distesa in quella posa innaturale, con la testa piegata indietro sul bordo della poltrona, le gambe annodate, le mani congiunte contro la guancia. Ti svegli ancora, durante la notte, esci sul ponte a fumare e a guardare il mare come petrolio. Il tipo che guardava insieme a te la luna ti segue ogni volta, tenta di dirti qualcosa ma non ci riesce, non sa che fare e non hai nessuna intenzione di aiutarlo perché non vuoi parlare, potrebbe essere l’uomo della tua vita, quello che ti renderà felice senza prometterlo, che ti darà un certo numero di cose senza che tu gliele chieda, spontaneamente, senza calcolo. Ma sei in viaggio, appartieni a te stessa, al tuo silenzio, non hai nessuna voglia di immaginare un futuro, nemmeno prossimo. Torni dentro, una ragazza ti guarda sospettosa, poi guarda l’uomo della luna che entra subito dopo di te. Lui si siede accanto a lei.  La senti dire che sa benissimo cosa è andato a fare fuori, a guardare quella lì, cioè te, e magari ci ha anche provato, dice. Lui fa un gesto con la mano, come a dire che è pazza, poi lo dice, “Sei pazza, ma che dici? Dai, dormi” e si addormentano senza nemmeno sfiorarsi, lontani, apatici. Sai che fra loro le cose non si aggiusteranno, anche se faranno di tutto per farle funzionare. A un certo punto molleranno, troppo stanchi di fingere, troppo giovani per lasciarsi sedurre dalla menzogna. Non vorresti essere al loro posto, pensi.

Non vorresti essere al loro posto. Conosci quel momento dell’amore in cui ogni cosa è stata detta ma nessuno ha il coraggio di ammettere di averla sentita. Conosci quel momento che mette nelle mani di uno un’arma da fuoco, mentre la mano dell’altro lo aiuta a prendere la mira puntando la canna verso il pannello dove sono esposti tutti i desideri, suoi, tuoi, come bersagli. E, insieme, spietati, ingenui da far pietà, sparate, pensando che così sarà più facile amarsi, che fatto fuori l’ultimo desiderio potrà tornare la pace dell’amore, che sarete una coppia stabile e matura perché ormai spogliata di ogni sogno e fantasia, tenuta in vita solo da progetti concreti non barattabili.

Ti tieni lontana da quel luogo in cui quei due stanno. Hai il terrore di quel momento, hai ancora le labbra impastate d’amarezza.

Pensi a lui, è inevitabile. Forse siete un libro che è stato appena aperto e che vorreste continuare a leggere, che vi appassiona e che vi chiede di scoprire come si chiude. Oppure siete arrivati a metà e non intendete guardare gli ultimi due capitoli, perché vi diverte di più immaginar l’epilogo, perché gli epiloghi fanno paura, sempre, ed è meglio fermarsi prima di arrivarci. O forse siete arrivati già alla fine e non siete in grado di leggere l’ultima frase perché sapete che sarà quella frase a farvi riporre definitivamente il libro sul comodino o sullo scaffale, o in qualsiasi altro posto verrà dimenticato.

Ore dopo sei nella stessa posizione e ti svegliano i rumori del bar, qualcuno è già lì davanti e attende la sua tazzina di caffè e si riempie la bocca con un croissant. Tu bevi e non mangi, chiacchieri ancora un po’ con i ragazzini francesi, guardi Capri e Ischia sfilare accanto accarezzate dal bagliore dell’alba, una luce così dorata credevi di non averla mai vista.  Nelle ore che ti separano dal porto, passi il tempo a immaginare cosa accadrebbe se l’uomo della luna lasciasse la sua fidanzata proprio qui sulla nave, dicendole che gli dispiace, che ci ha provato, che sono mesi che mette tutto se stesso per salvare la loro storia. E le dicesse che adesso qualcosa è cambiato, che si è innamorato di un’altra con cui non ha mai parlato, cioè te, che per quanto ne sa potresti anche avere una brutta voce o dire cose stupide o mostrarti completamente inadatta all’amore, essere una pessima amante, non avere niente che possa piacergli, ma che intende assumersi il rischio perché in amore è sempre bene avere tutto da perdere, perché è così che si torna alla vita. Non vorresti accadesse sul serio, nemmeno lo speri, sarebbe tragico veder avvicinare l’uomo della luna, sentire la sua dichiarazione e rispondergli che ti dispiace, che avrebbe dovuto consultarti prima di prendere una decisione tanto folle. Per dissuaderlo gli diresti che appartieni ad Artemide, hai fatto voto di incorruttibilità.

I passeggeri si affollano nella hall, attendono che l’equipaggio sciolga il nodo che li separa dall’uscita. Hanno fretta di lasciare la nave, le suonerie dei cellulari propongono brani di musica pop e leggera italiana, i bambini hanno dormito benissimo, chiedono ai genitori quando si va, sono impazienti, sono terrorizzati dall’immobilità. Ognuno accudisce la propria valigia come si trattasse del proprio animale. Sono tornati a essere malvagi, tutti, hanno ricominciato a esibire sicurezza e onnipotenza, non sanno come erano magnifici e compassionevoli poche ore fa, con le mani sotto le ascelle, con i crani illuminati dai sogni notturni. La gente si spegne quando si sveglia. Si dovrebbe dormire per essere migliori, dormire per sempre.

Sei fra i primi a uscire quando il passaggio viene liberato, sali sull’ascensore insieme a una bellissima mamma e i suoi due figli, il ragazzo con la maglietta stretta e il vecchio signore con il borsalino. Lo guardi, trent’anni fa ti sarebbe piaciuto moltissimo. Ti guarda anche lui, serio. Il ragazzo dall’abbigliamento osceno ti ammicca, il vecchio lo rimprovera battendo le ciglia.

Sei fuori dalla nave. Partire, intanto, andare. Più di qualsiasi altra stazione, il porto navale è la creatura più viva. Gru come enormi ragni di ferro, container che potrebbero custodire di tutto, forzieri di tesori, scorte di cibo, giocattoli d’importazione cinese, infradito brasiliani, ogni cosa consumata dal sale e dal vento.

Il ragazzo e il vecchio si separano, quest’ultimo cammina davanti a te.

Devi raggiungere la stazione ferroviaria, prendere un taxi o qualsiasi altra cosa ti porti lì.

-Signora, buongiorno, mi scusi, sa dove si prendono gli autobus?- il vecchio ha l’accento della tua gente e una voce solida, senza smagliature.

-Mi hanno detto che bisogna uscire dal porto, attraversare la strada-

-Grazie signora. Lei dove va?-  cammina davanti a te senza guardarti a passo veloce, sicuro, schiena dritta.

Ti chiama signora. Potresti essere nostra madre.

-Alla stazione centrale-

-Anche io. Andiamo assieme. L’accompagno io. Mi segua-

Non opponi alcuna resistenza, lui ha deciso che tu lo seguirai e così fai, ma non ti fidi del suo intuito, né del suo senso d’orientamento. E’ un uomo vecchio e il mondo intero dice sempre che gli uomini vecchi non ci sanno fare con le strade. Ma lo segui perché ha un bellissimo viso e un vestito inconsueto, ed è antico e per niente stanco e, soprattutto, ha deciso.

-E’ incredibile! Nessuna segnaletica, nessuno che ci dica dove andare!- guarda oltre la tua testa, in cerca dell’uscita.

Poi riprende a correre, le gambe lunghe e forti, si aggiusta il cappello sulla testa. Si volta –E’ di Catania anche lei, vero?-

-Sì- rispondi.

Non ti guarda mentre rispondi, continua a camminare, fai fatica a tenergli il passo.

-Incredibile! Neanche un’indicazione! E che treno prende?-

-Vado a Roma, vivo lì-

-Io vivo a Milano-

Raggiungete l’uscita superando tornanti e rotonde e macchine che strombazzano di vacanzieri alla fine delle proprie ferie. Si insultano e hanno fretta di lavarsi i denti.

La strada è ampia, a più corsie, dissanguata dalle macchine. Non c’è semaforo che possa garantirvi la sopravvivenza. Cammini su una stretta lingua di marciapiede, il vecchio preferisce camminare quasi al centro della strada. Vorresti dirgli che non va bene camminare al centro della strada, che certamente potrebbe morire, ma ha una tale sicurezza nel passo e così poca cura verso gli insulti degli automobilisti che preferisci non preoccuparti, vedere fin dove ancora si spingerà. Chiede a due di passaggio se sanno dove si prendono gli autobus. Quelli rispondono che non sono di Napoli, noi continuiamo a camminare.

Ti indica un punto nella strada –Ecco signora, ecco! Gli autobus sono lì!- e attraversa la strada, incurante del mondo intero.

E’ l’uomo per te. Se non ci fosse il sesso a dirottare le proprie scelte su una persona piuttosto che un’altra, sarebbe un mondo pieno d’amore, disinteressato, vibrante di luce. Se nell’amore non si fosse costretti dal proprio desiderio a intrecciare una relazione anche sessuale, sarebbe più facile scegliere. Il sesso, però, sceglie la via più contorta, il desiderio ti conduce dalla parte opposta dell’amore e solo raramente, poche volte nella vita, le due strade si incrociano.

Quando lo raggiungi arriva anche l’autobus, lui ti costringe a correre per non perderlo, tu, correre dietro a un autobus, è una cosa che non hai mai fatto, una cosa che ti fa sentire meschina. Preferiresti ustionarti per ore sotto al sole per aspettare il successivo. Ma se non sali adesso non rivedrai mai più il vecchio.

Sali e hai i polmoni gonfi. Il vecchio si siede, tu stai davanti a lui, guardi fuori.

Riconosci altri passeggeri della nave, li saluti con la testa.

Alla fermata successiva salgono due controllori, si avvicinano a te e al vecchio. Tutti gli altri hanno il biglietto, tu e il vecchio no.

Vi scambiate uno sguardo con il quale vi dite che ve la caverete, anche stavolta.

-Mi spiace, non ho il biglietto- dici.

-Devo farle la multa, signora- ha i baffi da tricheco e il sudore sul collo, il controllore.

Il compagno, intanto, si occupa del vecchio. Lui gli porge il proprio documento con la copertina rossa e una croce bianca in basso a destra.

-Lei è cittadino svizzero, non posso farle la multa-

-Bene, pagherò seduta stante, dunque-

-Non può. Devo portarla in commissariato-

Il bellissimo viso del vecchio rimane imperturbabile.

-Io e il signore viaggiamo assieme. Al porto non abbiamo trovato dove acquistare i biglietti e abbiamo preso di fretta quest’autobus per non perdere il treno-

-A noi però non importa-

-Vorrei indietro il mio passaporto però-

-Glielo ridaremo in commissariato-

-Questa è appropriazione indebita! Nessuno può requisire un documento!-

-Ridia il passaporto al signore, per favore-

-Lasci perdere, signora- dice il vecchio –andrò al commissariato-

Siete arrivati davanti alla stazione, scendete, i controllori trattengono il vecchio.

-Se le fa piacere rimango, dovesse aver bisogno di qualcosa-

-Lo gradirei molto signora, grazie, grazie davvero-

I controllori dicono ancora qualcosa, tu ripeti che non possono portare in commissariato per un biglietto dell’autobus, il vecchio ripete che rivuole indietro il proprio passaporto, loro glielo ridanno, il vecchio lo ripone nel taschino della camicia, tu ripeti che dovete prendere il treno, i vostri parenti vi aspettano e non potete perderlo. Vi lasciano andare.

Camminate, ancora. Andare, intanto, partire.

-Grazie per quello che ha fatto. Nemmeno un uomo sarebbe rimasto. Lei è meglio di un uomo!-

-Sì lo so, penso però possa essere un problema, non trova?- ridi, ti accendi una sigaretta.

-E lei di cosa si occupa? Non riesco a darle un’età, signora. Sembrerebbe avere venti anni, ma forse anche sessanta. Non capisco, mi aiuti-  ha un’aria più serena, adesso. Ed è ancora bellissimo, ed elegante e non lo mette in imbarazzo la tua giovinezza. Voi siete uguali.

-Se l’avessi conosciuta trent’anni fa io le avrei chiesto di sposarmi- vorresti dirgli, ma non lo fai, rispondi alla sua domanda, gli parli del tuo lavoro, della tua età.

-Capisco che lei è una scrittrice e che le scrittrici devono fumare per scrivere, ma dovrebbe smettere-

-Lo so. Ma è il mio unico vizio-

-Se ne cerchi uno migliore allora-

-Ma non esistono vizi virtuosi. Che vizi sarebbero sennò?-

-Non ne sarei così sicuro. C’è un vizio che fa bene- è ironico, adesso, e gli occhi di un ventenne.

Non ci avevi pensato. Il vecchio ha ragione. Ne hai perso memoria. C’è quel vizio che non fa male. Quello che un tempo faceva bene e che adesso sembra il generatore di tutti i dolori, di tutta la fatica d’amare.

Abbassi gli occhi, per imbarazzo e per inadeguatezza, perché non hai più la voglia né il coraggio per quel vizio. Ora preferisci fumare.

-Vive dunque a Roma-

-Sì, ma spero non per sempre. Mi ha stancato, vorrei andarmene-

-Per favore, non a Parigi. E’ così scontato che uno scrittore vada a Parigi, a Montmartre. Non vada lì per favore-

Vorresti dirgli che è dagli anni 20 che nessun scrittore va a Parigi per trovare ispirazione.

Lo rassicuri, gli dici che vorresti abitare in una baracca in Amazzonia.

-La Colombia, come no. Vada in Colombia. Ci sono stato negli anni 50, era tutt’altra cosa, mi creda. Cocaina purissima e nessuno che ti ammazzava per strada-

Cominci a vedervi negli anni 50, voi due insieme, ventenni, vestiti di lino bianco e una bottiglia di rum sotto braccio, a fare l’amore sotto ogni albero equatoriale e a parlare con gli sciamani.

-Io potrei raccontarle molte cose della mia vita, come immagino le dicano tutti. Ma le assicuro che le racconterei cose straordinarie, mi creda-

Gli credi. Quando scoprono che sei una scrittrice tutti vogliono raccontarti della propria vita, chiedendoti di scriverci un libro. Tutti hanno vite straordinarie, anche le più banali sono a tratti frastagliate da segreti, orrori e specialità, nessuno è escluso. Tutti hanno un mostro e almeno un’avventura. Ma sai che il vecchio ha molto più che questo.

Intanto possiede un passaporto svizzero. E’ siciliano emigrato a Milano, ha un vestito elegantissimo e usa un linguaggio sofisticato. Sa tutto, anche quello che non dovrebbe sapere.

-Mi dica. A lei interessa la psicologia?- ti dice mentre entrate alla stazione.

-Sì, mi interessa-

-Bene, allora le racconto un fatto. Intanto faccia il biglietto-

Vi avvicinate alla biglietteria elettronica. Lui si avvicina a una coppia e chiede una penna, o meglio –Una biro, per favore. Ce l’avete una biro?-

Almeno una volta a settimana qualcuno dovrebbe indossare un borsalino bianco e scarpe di cuoio senza calzini e chiedere una penna chiamandola biro. Dovrebbe essere un impegno settimanale, pensi.

Mentre fai il biglietto lui scrive il suo indirizzo postale, il suo nome e il numero del telefono di casa, il cellulare non ce l’ha, non ha l’e-mail.

-Le racconterò un fatto- si volta verso il tabellone con le partenze –ma un’altra volta. Le racconterò un fatto un’altra volta. Buon viaggio-

Ti porge il foglio e se ne va.

Guardi il suo nome.

Ha un nome preciso, inconfondibile.

E’ il nome di un uomo morto il 6 giugno 1961.

Il vecchio è scomparso, avresti voluto accertarti della compatibilità fra il suo volto e quel nome.

Cerchi di ricordare com’era fatto, dopotutto devi solo tornare indietro con la memoria di qualche minuto.

Il vecchio ti appare sfocato, ricordi solo com’era vestito e il luccichio negli occhi.

Ha quel nome, è il suo nome.

Il nome è Carl.

Il cognome ti fa paura scriverlo. 

Mia carissima ragazza #2

Sei una degna figlia di questo millennio e sei solita usare, per comunicare, i mezzi oggi a nostra disposizione: facebook, e-mail, cellulare. Diciamo che, nonostante la buona volontà e la grazia che credi di adoperare servendoti di questi strumenti, spesso non ottieni ciò che desideri o lo ottieni in parte o lo ottieni in un modo completamente diverso da come lo immaginavi. Se così è capitato, è molto probabile -nonché giustificabile- che tu sia caduta nello sconforto e annegata nell’amara considerazione di essere stata inopportuna e poco interessante o, addirittura, di non essere benvoluta dalla persona cui hai indirizzato il tuo messaggio (utilizzando una delle forme sopra elencate).

Proviamo ora a ragionare su un fatto: diciamo, innanzitutto, che i moderni sistemi di comunicazione sono, appunto, troppo recenti per poter essere realmente affidabili. Le macchine si sono evolute prima di noi e si avvalgono di codici di comportamento che la nostra umana natura non è ancora stata in grado di assimilare né, quindi, di emulare. In pratica, noi e i cellulari, noi e facebook, viviamo sì nello stesso spazio e nello stesso tempo, ma non abbiamo alcuna relazione paritaria con essi, bensì un rapporto servo-padrone dove, fatto sconcertante, è proprio la macchina, il congegno senza cuore, a essere padrona di noi umanissime e fallimentari creature. Non avendo dunque alcuna relazione, come possiamo aspettarci che la macchina restituisca corpo ed emozione? Siamo noi che le abbiamo dato quella responsabilità -con innocenza è vero- credendo di aver espresso ogni piega del nostro sentimento in 140 caratteri o in una lunga e-mail di scuse o dichiarazione d’amore, ma quello che in realtà abbiamo consegnato all’altro è un avatar. Un avatar di noi stessi. E l’altro, credendo anch’esso di rispondere con sentimento, ci restituisce la stessa cosa: una proiezione meccanica di sé. Tutto quindi si cristallizza e si congela, perde odore, perde cioè corpo e quindi vita. Tutti hanno la sensazione di avere a che fare con persone fredde, sterili, sentimentalmente anoressiche. Ma è una sensazione alterata dalla macchina, giacché la realtà fatta di calore e sguardi, profumi e intuizioni, è molto più soddisfacente di una comunicazione elettronica.

Cosa si può fare? Intanto restituire corpo alla comunicazione: scrivere una lettera a mano, per esempio, è restituire corpo. C’è il movimento della penna, l’incertezza della calligrafia, la scelta del colore della penna, la scelta della carta, la scelta della busta, l’odore che la carta si porta appresso, tutte cose che raccontano il sentimento della persona che ha inviato la lettera. Forse non in maniera precisa, ma sicuramente più vicina al reale. Oppure, sostituire gli sms con una telefonata: la voce è corpo, anche più del corpo stesso, perché se i muscoli volontari possono essere manipolati, governati con ingegno, la voce non sa trovare maschere. Può provarci, certo, ma sarà proprio quel tentativo a rendere ancora più evidente l’inganno.

Senza dubbio, così facendo, il tempo diventerebbe un’altra cosa rispetto a quello che è adesso: si dilaterebbe e sarebbe allegramente scosso da timori e timidezze che, appunto, rendono la comunicazione ancora più umana, quindi più efficace.

Facciamo un esempio. 

Lui scrive: Ciao, che fai?

Tu puoi leggere questo messaggio in tanti modi, a seconda dell’umore del momento. Sei tu a dare a quel messaggio la voce che credi, ma non è affatto detto che il tono che tu gli hai dato sia lo stesso che lui ha voluto usare. “Ciao, che fai?” potrebbe essere letto con tono annoiato; con tono allegro; con tono minaccioso. Mettiamo che scegli di leggerlo con tono annoiato, perché è questo che il tuo umore ti sta suggerendo. La tua risposta sarà per forza condizionata dal tono che tu hai attribuito al suo messaggio, perciò rispondi “Mhm. Niente, guardo un film”. Ma magari lui, in realtà, era contento e voleva sapere che cosa stavi facendo per coinvolgerti in qualcosa. Ma la tua freddissima risposta, per niente intonata con la realtà, ha spento ogni entusiasmo. Ma non è colpa tua, è colpa del sms. A quel punto lui certamente risponderà “Sì, mi sa che anche io ora guardo un film, non ho voglia di fare niente”. Oppure, molto più probabilmente, non risponderà affatto.

E a quel punto tu, ammettilo!, ci rimani male perché speravi che lui ti dicesse “Ma no, dai, quale film, andiamo sui Monti Urali a guardare le stelle cadenti e poi all’alba ci sposiamo nella prima chiesa che troviamo per la strada”

Se lui ti avesse chiamato, avresti capito dal tono di voce che era contento e saresti stata contenta anche tu e magari vi sareste visti e avreste fatto l’amore su gli Urali per tutta la settimana e magari non vi sareste sposati, ma vuoi mettere un po’ d’amore su gli Urali che bellezza?

Se lui quindi ti invia un sms, non rispondere: chiamalo, se puoi. Senti la sua voce. Senti cosa vuole davvero. Regola le frequenze sul piano del reale, abbandona il virtuale.

Oppure: tu gli scrivi un e-mail in cui gli parli del tuo amore. Lui, condizionato dai luoghi comuni sulle donne, leggerà le tue frasi immaginando un tono lamentoso, sdolcinato, fastidiosissimo. Oppure le tue frasi secche, asciutte, lo faranno sentire minacciato, accusato di qualcosa, come se le tue parole fossero spade pronte a infilzarlo. E magari invece hai scritto frasi corte perché avevi poco tempo. Se gli avessi scritto una lettera a mano, prendendoti il tuo tempo, dedicando la tua pelle e il tuo sudore al foglio, lui avrebbe capito molto di più. Quel che è sicuro è che se gliene avessi parlato a voce, un giorno qualsiasi, dentro un treno diretto a Pechino o al bar sotto casa, avrebbe capito tutto. Lo avrebbe capito davvero.

E sareste state due persone reali, come l’amore pretende.

(Clicca qui per la dipensa #1)

Diario di una ristrutturazione/giorno 31

La gatta Giunki sceglie posti molti precisi dove appostarsi a orinare: l’angolo Fama e Reputazione, che per l’appunto dovrebbe essere sempre pulito e profumato per garantirmi un’ottima reputazione, già parecchio inquinata da maldicenze, illazioni, fraintendimenti, banalità, pregiudizi. Sono una ragazza virtuosa, ma in pochi lo sanno o lo capiscono. Forse sono io che lo faccio capire poco, o male, ma l’unico vizio serio sono le sigarette e tutte le sere vado a letto sfoggiando camicia da notte e capelli intrecciati dentro una cuffietta di raso, il 90% delle volte dormo da sola. Ecco. Se Giunki quindi piscia sopra la mia reputazione, capite che il fatto diventa grave. Ancor più grave, poi, quando decide di appostarsi nell’angolo Amore e Relazioni, pisciando sopra le stoffe che ho momentaneamente steso sopra le poltrone, in attesa di diventare abbastanza ricca da poterle tappezzare. Giunki è gelosissima degli uomini, spesso li detesta. Soffre di cistite psicosomatica e ogni volta che un amico viene a trovarmi in lei monta odio feroce che le gonfia la pancia e le fa orinare sangue. Il gatto Annibale, invece, è molto felice quando arriva del testosterone capace di fronteggiare l’accumulo di estrogeni di tre femmine. Non esiste battaglia più feroce di quella ormonale, e in questa casa i giochi si fanno violenti a colpi di ghiandole surrenali, movimenti ovarici, yin e yang, sole e luna e tutto il resto. 

Tuttavia, per contrastare la malafede di Giunki, stamattina ho appeso sul punto dell’amore questa foto 

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Sono Paul Newman e la moglie, Joanne Woodward. Amore vero, basato sulla costanza, la fedeltà, il gioco. Lui, poi, bellissimo, elegante. Lei non particolarmente bella, ma capace di tenersi stretto per tutta la vita un uomo bellissimo, famosissimo, innamoratissimo. Se dobbiamo avere delle aspirazioni, che siano alte. Fino a qualche settimana fa, nello stesso punto dove ora Paul e Joanne si sbaciucchiano, erano inchiodate decine di Madonne di cui faccio collezione. Tutte sante, sole, caste, vergini, qualcuna con bambino, ma senza padre. Terrificante auspicio, e infatti non si può dire che le cose siano andate bene. Non vanno bene neppure adesso, ma forse Paul e Joanne riusciranno ad animare un po’ la scenario, davvero desolante. D’altra parte li ho appesi al muro solo stamattina, devo dargli il tempo di ambientarsi, soffocare l’eco lasciata dalle madonnine certo bellissime, ma intenzionate a farmi diventare una di loro: bianchissima asessuata creatura fatta di canti e preghiere.

Stretta fra Giunki e la Madonna la mia vita erotica e sentimentale diventa un fatto ridicolo, a tratti imbarazzante per la sua miseria. Le Madonne, quindi, sono state confinate nella stanza della Conoscenza e Religione. Giunki, invece, sta sempre al suo posto, ma proverò a curarla con i fiori di Bach, visto che l’antibiotico, sul cervello, non fa effetto. Posso tentare una terapia psicologica per animali. Oppure, aspettare che s’ innamori.