Diario di una ristrutturazione/giorno 31

La gatta Giunki sceglie posti molti precisi dove appostarsi a orinare: l’angolo Fama e Reputazione, che per l’appunto dovrebbe essere sempre pulito e profumato per garantirmi un’ottima reputazione, già parecchio inquinata da maldicenze, illazioni, fraintendimenti, banalità, pregiudizi. Sono una ragazza virtuosa, ma in pochi lo sanno o lo capiscono. Forse sono io che lo faccio capire poco, o male, ma l’unico vizio serio sono le sigarette e tutte le sere vado a letto sfoggiando camicia da notte e capelli intrecciati dentro una cuffietta di raso, il 90% delle volte dormo da sola. Ecco. Se Giunki quindi piscia sopra la mia reputazione, capite che il fatto diventa grave. Ancor più grave, poi, quando decide di appostarsi nell’angolo Amore e Relazioni, pisciando sopra le stoffe che ho momentaneamente steso sopra le poltrone, in attesa di diventare abbastanza ricca da poterle tappezzare. Giunki è gelosissima degli uomini, spesso li detesta. Soffre di cistite psicosomatica e ogni volta che un amico viene a trovarmi in lei monta odio feroce che le gonfia la pancia e le fa orinare sangue. Il gatto Annibale, invece, è molto felice quando arriva del testosterone capace di fronteggiare l’accumulo di estrogeni di tre femmine. Non esiste battaglia più feroce di quella ormonale, e in questa casa i giochi si fanno violenti a colpi di ghiandole surrenali, movimenti ovarici, yin e yang, sole e luna e tutto il resto. 

Tuttavia, per contrastare la malafede di Giunki, stamattina ho appeso sul punto dell’amore questa foto 

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Sono Paul Newman e la moglie, Joanne Woodward. Amore vero, basato sulla costanza, la fedeltà, il gioco. Lui, poi, bellissimo, elegante. Lei non particolarmente bella, ma capace di tenersi stretto per tutta la vita un uomo bellissimo, famosissimo, innamoratissimo. Se dobbiamo avere delle aspirazioni, che siano alte. Fino a qualche settimana fa, nello stesso punto dove ora Paul e Joanne si sbaciucchiano, erano inchiodate decine di Madonne di cui faccio collezione. Tutte sante, sole, caste, vergini, qualcuna con bambino, ma senza padre. Terrificante auspicio, e infatti non si può dire che le cose siano andate bene. Non vanno bene neppure adesso, ma forse Paul e Joanne riusciranno ad animare un po’ la scenario, davvero desolante. D’altra parte li ho appesi al muro solo stamattina, devo dargli il tempo di ambientarsi, soffocare l’eco lasciata dalle madonnine certo bellissime, ma intenzionate a farmi diventare una di loro: bianchissima asessuata creatura fatta di canti e preghiere.

Stretta fra Giunki e la Madonna la mia vita erotica e sentimentale diventa un fatto ridicolo, a tratti imbarazzante per la sua miseria. Le Madonne, quindi, sono state confinate nella stanza della Conoscenza e Religione. Giunki, invece, sta sempre al suo posto, ma proverò a curarla con i fiori di Bach, visto che l’antibiotico, sul cervello, non fa effetto. Posso tentare una terapia psicologica per animali. Oppure, aspettare che s’ innamori. 

La buona educazione

Negli anni dell’asilo ho frequentato l’Istituto di Suore Francescane di Gravina di Catania. Avevo un grembiule con il mio nome, l’unica cosa che ricordo di quegli anni oltre a un episodio avvenuto in palestra: io e una bambina con gli occhi azzurri stavamo parlando di qualcosa che non ricordo e la suora era molto nervosa. Prese la mia testa e quella della bambina e con le mani ci avvicinò, testa contro testa, una botta sulla mia e sulla sua tempia che faceva male più della mortificazione. Tornai a casa drogata. Andavamo ogni mattina a messa nella cappella adiacente la scuola e io ero molto felice di pregare e conoscevo tutte le canzoni a memoria. In quegli anni mia madre mi insegnava a scrivere e sapevo disegnare tutte le lettere eccetto che la “o”. Mia madre non si capacitava, diceva che la “o” era la lettera più facile e passò tutto il pomeriggio a farmi provare e riprovare quella lettera che proprio non usciva dalla matita. A un certo punto si arrabbiò così tanto che bucò il quaderno facendo una “o” grande due fogli, la punta pigiata forte sulla carta che si strappò. Persino il tavolo sotto al quaderno accusò quella violenza: una “o” leggermente intagliata sul legno.

A sei anni cominciai la prima elementare. Cambiai scuola, sempre cattolica. Era l’Istituto S.Maria della Mercede gestito da Padre Giuliano, un vecchio taciturno con una lunghissima tunica nera e scarpe di cuoio lucido. Possedeva diversi feudi nella campagna catanese, distese di ulivi e vigne, e ogni anno a settembre facevamo la vendemmia pigiando l’uva con le galosce. A ottobre, per San Martino, raccoglievamo le castagne dagli alberi e bevevamo il mosto, che a me piaceva moltissimo. Dopo aver raccolto quintali di castagne a ogni bambino ne spettavano tre: un salario minimo, degno di un bracciante del 1200. Sfruttamento pieno del lavoro minorile. Eppure ci si divertiva.

foto classe

Vendemmia in prima elementare. Maestra Katia al centro. Io sono la prima a sinistra. Ho gli occhiali

Passavamo l’intera giornata nelle campagne, molto ubriachi di mosto. A novembre arrivava la Festa dell’Albero ed era terribile, ogni anno, trovare pantaloni marroni e maglione verde (per assomigliare agli alberi). Si cantava A come Albero dov’è nascosto il nido B come Bosco dov’è nascosto il lupo C come cespuglio lo trovi nel giardino D come Dattero è un frutto piccolino. Tutti gli anni, per cinque anni.  A Natale la consueta recita. Dopo i primi due anni in cui mi costringevano a fare l’angioletto ho capito che toccava ribellarsi. Cioè: io sono mora con gli occhi castani e che c’entro con gli Angeli? Quell’anno scelsero una bambina bionda con gli occhi azzurri per fare la Madonna, ed era pure stonata. Presi da parte la maestra e le spiegai che Maria di Nazareth era orientale, quindi bassa e scura: cioè, uguale a me. E poi avevo appena avuto una sorellina, quindi sapevo come trattare il Bambin Gesù, sapevo tenerlo in braccio e pure allattarlo. La maestra mi fece un provino (in realtà la costrinsi ad ascoltarmi) e capì che sapevo cantare. Però scelsero comunque la bambina con i capelli biondi, si chiamava Giorgia, forse perché il padre era un pezzo grosso che aveva pagato una retta molto sostanziosa nel mese di dicembre. Comunque smisi di fare l’angioletto ed entrai a far parte del coro come solista. Cantai “Va’ pensiero” all’ultimo anno, con buona commozione da parte dei miei parenti. La mia unica maestra si chiamava Katia, una bellissima ragazza di venticinque anni molto preparata e compassionevole. Aveva dei problemi con il fidanzato e spesso si confidava con me durante la ricreazione, che le davo dei consigli.

foto scuola

Sono quella con le Converse e i consueti occhiali

La maestra Katia è stata la prima ad accorgersi che avevo più dimestichezza con le lettere piuttosto che con i numeri e mi spingeva a scrivere poesie e racconti che spesso leggeva a tutta la classe. Le descrizioni di cose, persone e animali mi davano grande gratificazione, le poesie pure. Cominciai a riempire interi quaderni di poesie, ne scrivevo a centinaia su ogni componente della mia famiglia. Prima di arrivare nella classe della maestra Katia ero stata alunna della maestra Jolanda, una donna molto cattiva: siccome non parlavo (preferivo scrivere) lei mi diceva che ero un’addormentata e mi dava pizzicotti sulle braccia “per svegliarmi”. Quando mia madre si accorse dei lividi andò a picchiare la maestra Jolanda e pretese di cambiarmi di sezione. La scuola era una villa degli anni ’20 con lago con i cigni, parco con alberi secolari, pavimenti di marmo e stucchi ai soffitti. Facevo religione tre volte a settimana con Padre Giuliano. Un giorno alla lavagna scrisse la parola IO e disse “Da oggi IO non esiste”, disegnò una D davanti alla I e continuò “da oggi per voi esiste solo DIO”. Feci incubi per tutti i mesi successivi. Poi mi decisi a parlare con Padre Giuliano “Ma io non sono importante quanto Dio?” gli chiesi. Lui rispose di no. Non gli credetti. In quarta elementare feci la Prima Comunione: un anno leggendario. Agognavo il vestito da bianco da quando ero nata, finalmente potevo indossarlo. La scuola fece un provino a tutte le bambine per decidere chi di noi avrebbe letto il testo d’apertura per la celebrazione: scelsero me perché leggevo senza errori e avevo un timbro alto. Commozione dei miei parenti, pareva che mi stessi sposando. Di fatto ero convinta che mi stessi sposando con Gesù Cristo che, non lo dicevo a nessuno, era il mio sogno erotico.

foto comunione

Sempre quella con gli occhiali. E, oh, una corona di rose in testa.

Poi le scuole medie a Mascalucia, Scuola Statale Leonardo Da Vinci. Dopo sette anni passati con le suore e con i preti fu un trauma. I primi mesi andavo vestita come ero stata abituata negli anni precedenti: scarpe di vernice e calze bianche, pantaloni di velluto, camicie candide bianche, capelli lungi separati con la riga in mezzo, grossi fiocchi di raso bianco sul collo. Capitai in una sezione della succursale, un edificio decadente tinteggiato di grigio con il tetto e il pavimento rotti. Era una vecchia casa che il Comune aveva adibito a edificio scolastico e la mia classe stava dove un tempo c’era una cucina. Accanto al mio banco c’erano le valvole per l’acqua e per il gas e non avevano ancora tolto le mattonelle della cucina con la frutta disegnata sopra la maiolica. I miei compagni di classe erano molto diversi da quelli delle elementari: prima nessuno mi parlava e spesso non mi invitavano alle feste e tutti dicevano che ero povera e mi guardavano male. La scuola delle medie era il mio ambiente: figli di proletari, come me, alcuni avevano il padre in galera per rapina o usura. Ridevo tutto il giorno, senza sosta. Fino a quel momento non avevo mai riso, sorriso pochissimo. Una volta scoperta la magia della risata fu impossibile fermarmi. I miei compagni erano dei selvaggi, raccontavano barzellette, dicevano parolacce, cominciarono a scrostare quella patina candida da brava bambina che gli anni religiosi mi avevano attaccato addosso. Cominciai ad accumulare note nei registri, sospensioni, passavo più tempo nei corridoi che in classe perché ridevo così tanto che i professori non mi sopportavano più e mi mandavano a fare due passi. Denunciai il bidello, il signor di Leonforte, perché alcune mie amiche mi avevano confidato che le aveva molestate. Siccome stavano zitte, decisi che qualcuno doveva denunciarlo. Lo arrestarono e andai al processo come testimone rischiando di essere linciata dal bidello, mi odiava a morte. Denunciai un supplente di musica che un giorno mi attaccò al muro e mi mise una mano fra le cosce: fu radiato dall’albo. Ebbi la fortuna di avere la professoressa Gamba come insegnante di italiano: ex figlia dei fiori, femminista convinta, l’unica insegnante dotata di vocazione. Si accorse che sapevo scrivere e propose alcuni miei articoli a La Sicilia e il Messaggero: scrivevo recensioni di spettacoli teatrali e film. Mi iscrisse a mia insaputa a un concorso letterario e ottenni il secondo posto vincendo uno dei primissimi cellulari: un Nokia enorme, blu, un cimelio che ancora conservo. Agli esami di terza media mi chiesero solo come si cucinava il pollo al forno e io, per fortuna, lo sapevo.

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Sempre gli occhiali, una pettinatura orrenda, una paresi facciale e la Professoressa Gamba con gli occhiali da sole e il rossetto rosso, bellissima

“Io sono con te” di Guido Chiesa – La mia recensione su GQ (01/11)

io sono con te recensione“Io sono con te” è un patto silenzioso fra madre e figlio, un atto di forza, di coraggio e di saggezza che contiene e consola come solo alcune madri sono capaci. A Miriam, la ragazza che ha cambiato il mondo, basta questo per rassicurare il piccolo Gesù, figlio come tutti i figli, in cerca di protezione e conforto: solo una madre senza paura può dare al mondo un figlio che non diffonde, e non trattiene, terrore.

Il vantaggio è generazionale. Ogni giovane madre a contatto con la propria natura infantile ha la capacità di comprendere il mondo del suo piccolo, a sostenerlo, libera dal fardello delle responsabilità spesso solo immaginate o immaginarie.

Miriam, intanto, chiarisce immediatamente il suo ruolo all’interno della famiglia: Giuseppe è una figura messa in secondo piano, perché a lui spetta l’incarico del maschio impaurito, incapace di fronteggiare l’ignoto. Accoglie la giovane moglie nella sua casa ma non riesce a imporle l’autorità. Difficile trasformare la selvatichezza di una donna in rassegnata subordinazione, neanche i severi uomini del tempio riescono a spegnere un sorriso giovane per sempre, anche quando l’età avanza.

La scena più esemplare è quella in cui si vede il piccolo Gesù camminare sul bordo del pozzo, in una chiara metafora evangelica del Gesù che cammina sulle acque. L’acqua, principio femminile che conduce immediatamente al tema della maternità, non spaventa Gesù. Miriam è poco distante dal bambino, lo osserva poco ma con attenzione, non corre verso di lui, non lo chiama: si fida, sa che suo figlio non è uno sprovveduto; e non perché divino, non perché eccezionale. Sono gli uomini a considerare straordinario, mitologico, l’evento. Gli uomini, che non conoscono il patto “io sono con te, anche quando non ti sono vicino”, si meravigliano. Loro, che conoscono solo l’imposizione del “tu DEVI stare con me”, si riuniscono addirittura in consiglio. Le donne, molte, si indignano. Eppure è proprio quella serenità a fare di Gesù l’uomo che fece della compassione e della solidarietà il legame fra il sé e tutte le cose. L’invito alla riflessione di Guido Chiesa è proprio questo: Gesù sarebbe stato un uomo diverso se diversa fosse stata la madre? Ogni figlio, dopotutto, è il frutto non solo di un sentimento e di un corpo, ma di un preciso atteggiamento pedagogico, razionale o involontario che sia. Miriam, certamente, non educa il figlio seguendo quelle che sono le regole del suo tempo, ma lo educa alla vita partendo dalla vita stessa, con tutta la spensieratezza, la gioia e la costanza che ogni figlio si augura di trovare nella propria madre.

Pastorella e donna saggia, femmina indomita e devota a Dio, Miriam non è più la vergine eterea e succube: in questo film rappresenta la volontà femminile, la forza, l’integrità e soprattutto la sconcertante modernità. Femminista e femminile senza porsi il problema del suo ruolo sociale e familiare: lei è, semplicemente, una che sceglie senza cadere nello sconforto e nel rimorso.

E’ lei la grande madre, una luce di saggezza e di speranza ben piantata dentro tutti noi e che spesso oscuriamo o tendiamo a ignorare. Se seguiamo quella luce, siamo tutti Gesù, tutti figli di Maria.

- Melissa