“Papà Fazi mi ha fregato”. Intervista di Luca Telese su Il Fatto Qutidiano (05/01/11)

La scrittrice ha fatto causa all’editore, padre del suo ex ragazzo: “Aveva il cuore a sinistra e il portafogli a destra. Ora, per assenza di cuore, è tutto a destra”

“Guadagnare un milione di euro? Mi ha portato sull’orlo della bancarotta”. Seduta al tavolo della sua cucina Melissa si accende una sigaretta, sorride, racconta, per dimostrare questo incredibile assunto. Lei, che è stato simbolo del desiderio erotico di una generazione di adolescenti, oggetto di feroci polemiche, oggi la puoi incontrare a Roma a spasso per il quartiere Esquilino, a pranzo nel notissimo alimentari-ristorante Roscioli, da Mas (i superpopolari “Magazzini del Popolo” dove si trovano scarpe da un euro), nel mercato di piazza Vittorio a fare la spesa tirandosi dietro un carrello di quelli da ottantenne, color grigio topo. Melissa Panarello, in arte “P.”, 25 anni, è fisicamente identica – minuta, labbra rosso fragola, viso affilato da bambola di porcellana – a quando nel 2003 scolvolse le classifiche arrivando a 3 milioni di copie (così si leggeva sulle fascette) con i suoi famosi Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire. Libro, “non-libro”, “capolavoro erotico”, macché, “un bluff”, “scrittura precoce e matura”, figurarsi “non l’ha scritto lei”: l’Italia si divise sulla figura della scrittrice trasgressiva, il cui volto fu rivelato solo dopo i 18 anni. Poi un secondo libro (L’odore del tuo respiro), un pamphlet contro Ruini (In nome dell’amore), il fidanzamento con il figlio del suo editore, Elido Fazi, una guerra legale con il padre per i diritti, un paio di catastrofi familiari e non. Oggi è tornata con un libro per la Einaudi (Tre, 16 euro), e un ruolo da guest star a Victor Victoria. Eppure spiega: “Sono sempre sull’orlo della bancarotta”.

Diventare poveri con un milione di euro: o non è vero, o non è possibile. Te lo posso dimostrare.

E’ difficile. Allora: il successo mi è arrivato addosso a 17 anni. Non ho il senso del denaro oggi, figuriamoci nel 2003!

Cominciamo dall’inizio. Avevo girato trenta editori. Alla fine il manoscritto, dopo tantissimi e prevedibili rifiuti finì sulla scrivania di Simone Caltabellota editor della Fazi.

Anticipo? 1000 euro: che per un esordiente era tantissimo.

Messi da parte? Ma và! Mi comprai una macchina fotografica e un gigolò.

Raccontavi di mille seduzioni ti serviva un gigolò? Appunto: mi mancava il sesso mercenario. Ma parlammo tutta la sera di riti dionisiaci.

Falsissimo. No, vero! I gigolò a volte sono molto colti. Non dimenticarti che devono soddisfare le donne.

Nella prima settimana, con il tam-tam, 100 colpi vendette 10mila copie. Più di Eco! Economicamente non avevo idea di quanto valesse quel successo. Né mi interessava.

Prima intervista? Con Paola Tavella, per Io Donna, all’uscita di scuola! Siamo ancora amiche.

L’idea di un cognome celato, alla Malcom X di chi fu? Di Simone Caltabellota. Piccola grande trovata.

E celare il tuo volto in un frammento di specchio? Mio padre non voleva.

Genitore bigotto siciliano, si disse. Macché, molto liberale. Solo riservato, per pudore.

Si scrisse: è il padre che amministra i suoi diritti. Magari. Mio padre è stato l’unico a non toccare una lira.

E chi lo fece, invece? Mia madre. Le davo un mensile. Ma ha speso tutto in creme e vestiti.

Dovrebbe essere il contrario? (Ride) E’ quel che dico pure io.

I diritti cinematografici furono venduti dopo soli 10 giorni. A Francesca Neri, che ebbe un grande intuito.

Quanto pagò? Non lo so. Fazi non mi ha mai fatto vedere nemmeno il contratto, né dato soldi per il film.

Come è possibile? Eri anche la fidanzata di suo figlio! Thomas: un ragazzo dolcissimo, pulito. Non ha nulla a che vedere, per fortuna, con lui.

Editore progressista di sinistra. (Ride) Macchè: cuore a sinistra e il portafoglio a destra. Ora, per assenza di cuore, tutto a destra.

Lo pensavi anche allora? Ti spiego come l’ho scoperto: si è rivelato un egocentrico, un Berlusconi venuto male.

Quando iniziano ad arrivare i primi soldi? Guarda qui: il rendiconto del primo anno, malgrado le vendite: 160mila euro.

Però, averli tutti insieme… Infatti Fazi non me li dà.

Per non farti montare la testa? A me dice un’altra cosa: tutti insieme non li ho, pago a rate.

Un super stipendio? All’inizio 50 mila euro al mese. Poi 12mila. Poi 8.

Tantissimo lo stesso. Aspetta un attimo. A fine anno non mi aveva dato ancora tutta la cifra. Però io dovevo pagare le tasse su tutto. Era come dimezzarli.

E il tuo commercialista? Era d’accordo. Ma era lo stesso di Elido, me l’aveva trovato lui.

E la cosa non ti preoccupava? (Allarga le braccia) Il giorno dopo il compleanno Fazi mi dà un foglio: “Firma qui”. Era il contratto per il secondo libro.

Acconto? 20 mila euro.

Per una autrice da 3 milioni di copie? Una miseria. A me sembrava una cifra enorme. Te l’ho detto, allora dei soldi non mi importava nulla, era mio suocero, mi fidavo.

Nel frattempo il libro veniva venduto in 55 paesi… Di quello si occupava Thomas, lavoro ben fatto. Ma non ho mai saputo quanto fruttasse.

E’ vero che i tuoi si sono separati per colpa del libro? E’ quello che mia madre mi ha raccontato. Ma penso che ci fosse qualche altro problema.

Intanto compri la casa. La pago 600mila euro. Uso i primi acconti per l’anticipo, ma devo accendere un mutuo da 8mila euro al mese.

Una follia, con tutti i tuoi soldi. Solo sulla carta! Di più: accendo un mutuo da 20mila euro per aiutare mia madre ad aprire un negozio.

Te li ha restituiti? No, l’attività è fallita. E lei nega di averli avuti. Ma io pago ancora 500 euro al mese.

Intanto lasci la scuola. Già: non ho il diploma, non ho la patente, non ho un cazzo.

Perché molli tutto? I compagni tutti affettuosi e solidali. Per i professori sembravo trasparente. Però è vero: volevo fuggire da Catania.

La provincia del Sud? No, è uno stereotipo sulla Sicilia che non esiste. Catania è la terra di Brancati, di Micio Tempio, del primo Verga. L’erotismo non dava fastidio a nessuno.

Stavi diventando povera ma giravi il mondo. Non ho avuto una adolescenza, ma questa fortuna è stata irripetibile: sono stata ovunque, dalla Lapponia al Giappone. In Italia contestata da tutti, fuori osannata come Simone de Beauvoir.

La stroncatura più feroce? (Ride sonoramente) Senti Nicola Lagioia: “Melissa va messa a 90 gradi su un tavolo, per infilarle su per il culo le pagine di Lolita, nella speranza che per osmosi qualcosa le arrivi”.

Delicato. E ne ridi? Sai, questa idea dell’osmosi mi pare buffa. Non avrei nulla da dire, se non fosse intriso di maschilismo: avrebbe scritto qualcosa di simile per un uomo?

Altre soddisfazioni letterarie? Incontrai Enrico Brizzi a teatro. Gli tesi la mano. Non me la strinse. O era miope o era stronzo.

Cento colpi era mitomania o esperienze libertine? Tutto vero. Nessuno ha mai capito che era un romanzo che nell’eccesso erotico raccontava la solitudine di una adolescente.

Dài, la solitudine… Invece era quello – oltre al sesso – il motivo del successo. Quanti libri erotici, escono?

Nell’Odore fai fare a Thomas Fazi la figura del fesso. La letteratura ha le sue piccole vendette.

Per colpire il padre ti vendicavi sul figlio? (Sorride) Ci sono anche le vendette dell’amore.

Nel libro abortivi nel water. Una balla, non è mai accaduto.

Poi nel 2008 vi lasciate. Restiamo molto amici. Non so se ci sia una relazione, ma appena accade Fazi non mi manda più rendiconti.

Nel 2009 l’editore Borielli pubblica senza dirti nulla Bocciolo di rosa. “Il primo libro di Melissa P”. Una truffa. Era la prima versione dei Cento colpi, che mi aveva rifiutato quando ero nessuno.

Non lo riconosci tuo? Anzi. Era più porco, più bello. Solo che del tutto pirata.

Gli fai causa e la vinci. Sì. Ma se la cava con 9mila euro, dichiarando di essere fallito e di aver tirato solo mille copie!

Capitano tutte a te. Peggio. Mi becco anche una querela dalla fidanzata di Freda, Anna K. Valerio.

Cosa c’entra? Mi attacca su un sito: il mio erotismo, al contrario del suo, dice, è triste perché di sinistra. Rispondo che mi pare strano, detto da una con la faccia da trans.

Delicata. E con Fazi? Mi affido a un avvocato.

Secondo te ti doveva due milioni di euro… Ma dice che non li ha. Alla fine ci accordiamo per 70mila. 61 netti. Però ho ripreso tutti i diritti.

Cosa ci fai? Spariti per i debiti del mutuo.

Sei tornata in libreria con Tre. Dopo tante catastrofi una rinascita. E’ un libro nato nel pieno della bufera: precarietà, disillusione, transizione.

E il lavoro con la Cabello? E’ una ragazza dolce, bella, sensibile. Ho intuito dentro di lei la traccia di un grande dolore.

C’è una scorciatoia per tornare al successo milionario? Sì, scrivere una porcata e intitotolarla Cento colpi di spazzola 2.

E lo farai? (Ride). Sì, a 70 anni, sulle ultime scopate della mia vita. C’è già il titolo: Cento colpi di spazzola prima di andare a morire.

Articolo originale

Io non bungo – Giorgio Cappozzo su Gli Altri (29/10/10)

Ulteriori riflessioni sullo strano caso di Alessandra di Pietro, Paola Tavella e Katia Ippaso.

Comunica l’intenzione di scrivere un nuovo libro – operazione tra le più consuete, oggigiorno – e al cielo s’alza un coro di latrati. Esce l’agenzia di lancio, e scocca l’ora delle préfiche, cupe e lagnanti. Rilascia interviste, e tutti in fila a divorare e sputare le sue risposte. Una volta pubblicata, l’opera viene sezionata come un rospo putrido, da esporre tra gli schifi della natura. Questo è il trattamento riservato da buona parte del circolo pìquic a Melissa P(anarello), autrice di Tre (Einaudi, pp. 172, 16 euro), già best seller con i Cento colpi di spazzola (tradotto in 42 lingue, tre milioni di copie vendute – «merito del marketing», dice qualche genio con un manoscritto in tasca), e appestata numero uno dei cataloghi letterari italiani. Il termine più appropriato per definire tale operazione è: linciaggio. Che nulla ha a che fare con lo stile, la fantasia, la prosa, la poetica, l’immaginazione che nel libro si possono eventualmente scorgere. L’indignazione che muove tanta parte dei lettori professionisti è pre-letteraria. Non si curano del peccato. Ciò che interessa è la peccatrice. La donna col volto da ragazzina che viene dall’Etna, che scrive (anche) di sesso, che fa sesso, che lo racconta in tivvù, lassù, quaggiù e vende di più. Tiè.

A nessun altro è concessa tanta ira. Con Melissa i “grandi autori” inviperiti sono. Spiegano poco del contenuto dei suoi libri – ché con la cattiveria in bocca si parla male – ma rivelano il mistero che avvelena le loro viscere: Panarello mina la stabilità stessa del maschio apocalittico. Che non può accettare la trinità sesso-libertà-pensiero in un sol corpo di donna. «O mi seduci o mi appartieni o mi metti in ascolto». Atti da tenere distinti. E invece Melissa P li sovrappone, li mischia, li tradisce. Provocando un rigurgito ancestrale: il diritto antichissimo all’umiliazione.

Panarello, che legge i tarocchi (lo fa per professione) e raccoglie erbe magiche (così dice) sul colle Oppio, è una strega, e tale sarà fino a quando le pulsioni dei linciatori, «dall’oscurità in cui sono costrette, non assurgeranno alla chiarezza della conoscenza» (Brian Levack, Caccia alle streghe, Laterza 2006). Fino a quando, cioè, dei propri corpi costoro non disporranno liberamente.

Strega dalla risata stridula. Che loliteggia ed edoneggia. Che scopa più dei suoi (re)censori. Che si rivolge a Ruini (In nome dell’amore, Fazi 2006), parlando alle quindicenni. Senza curarsi di te, sacerdote delle lettere, incupito e rosicone. Puoi spararle addosso tutto l’odio del mondo, lei ti restituirà l’impressione di non esserne sfiorata. Strega che zompetta qua e là.

Leggete la sinossi del libro secondo il sito malvestite.net: «Allora, i cazzi che penetrano ci sono, le lingue che frugano ci sono, i sessi che pulsano (e pompano e si uniscono religiosamente) ci sono, i gemiti furiosi e i respiri impudichi e i capezzoli in tiro ci sono, che altro?». Triviale e gratuito. Che dà la stura ai commenti che seguono: «Meglio guardarsi un porno che leggere ’sta stronza» (Tea). Nulla a che vedere con l’oscenità letterale (obscena, fuori dalla scena del salottino) che Melissa P interpreta. (Va ripetuto: al di là del giudizio positivo o senz’appello che si può dare alla sua scrittura).

«Le sue imbecillità sociologico-culturali stanno continuando ad assassinare la vera cultura e quei rari modelli sociali di riferimento per una società sana» (Pasquale della Torca, Affaritaliani.it), laddove per coerenza, e per garantire sanità, bisognerebbe sorvegliare e punire: «Da chi è sostenuta questa pseudo scrittrice?»

Mi piacerebbe che una volta tanto i libri-porcherie venissero stroncati selvaggiamente come meritano» (Elvio, sul blog di Paolo Di Stefano, Corriere.it). «Le sue sono solo triangolazioni da sciampista provinciale» (Hagakure, blog su Corriere.it).

Lo scrittore Fabio Viola, su Facebook, afferma: «Melissa P non è una scrittrice». È una cosa scontata? «Sì. Lo è». Indubitabile, è ovvio, naturale come l’acqua, se semo capiti.

Melissa come carta carbone delle identità altrui. Perché se un libro di Melissa «è da evitare. A prescindere» (Laura Costantini, Rai), il mio è da leggere, a prescindere. E se «’sta poveraccia s’è dovuta mettere il reggicalze per promuovere il romanzo» (Francesca Galpani, promoter editoriale), da oggi impariamo che nelle lettere pop ci vuole decoro.

Nella temperie ci si confonde. Il poeta Gian Ruggero Manzoni lamenta: «Il romanzo lesbo (che lesbo non è, ndr) di Melissa P, è ahimè editato dall’alto marchio che fu: Einaudi». «Ma la figa tira», replica qualcuno. «E i profitti non serviranno neanche a pagare la letteratura di qualità che facciamo noi», chiosa Manzoni. Dibattiti ad alta quota, definizioni ficcanti. Come quelle tracciate dai critici Angelica Gherardi e Morgan Palmas: «Melissa è un fenomeno “attizzacazzi”, altro che letteratura erotica». «Non come l’autrice di A cena con Lolita Eva Clesis – scrive Giovanni Choukhadarian su Nazione Indiana – che è una ragazza sul serio, una che ha collaborato a riviste importanti…». Una “ragazza sul serio”. Avrà mica fatto pure il militare?

«Una sequela di frasi che sembrano copiate da un traduttore on line, una faccina bellina e pulita che finge di raccontare perversioni e sesso» (dal blog di Melissa P). Finge, la strega. E illude. «Di lei si conoscono il nuovo libro e le sue tette: pare apprezzabilissime per uso mediatico» (Silvio Andrei, su lelibrettedicontrore.it). Come se i media non prevedessero spettatori, e tra gli spettatori non si annidassero (anche) gli utenti di Anobii, il portale dei bibliofili, depositario di commenti come questo: «Suggerirei a Melissa di affondare quella spazzola con qualche colpo in meno ma più efficace».

Trasfigurare, la si vorrebbe. Cambiarle il volto. Cancellare quei tratti da bambina provocatrice. Un physique fuori ruolo, che in tanti, non potendo altrimenti, vorrebbero omaggiare così: «Con lei c’è una sola cosa da fare. La prendi. La metti a novanta appoggiata ad un tavolo. Poi prendi Lolita di Nabokov. Strappi le pagine. Gliele infili una per una nel culo. Dopo un po’, per osmosi, qualcosa assimila per forza». L’infelicissima frase è dello scrittore Nicola Lagioia, come ci raccontò Melissa in una passata conversazione. Si narra anche di un celebre “cannibale”, il quale dichiarò che con Panarello avrebbe scritto volentieri un libro a quattro mani, di cui solo due impegnate nella scrittura. In rima baciata con l’ispirata sintesi della poetessa Antonella Taravella: «che schifo, ’sta ragazzetta».

Il punto è proprio questo: i linciatori – sebbene condividano lo stesso spazio virtuale degli internauti con l’hobby dell’insulto (in rete l’odio lo si trova tanto al chilo) – sono sedicenti “autorevoli scrittori”.

Melissa la lupa, l’insetto, il serpente. «Donne come lei – si legge sul blog letterario Sul Romanzo – sono la rovina del genere maschile. Sono fatte tutte dello stesso stampo. Credono di poter giocare con la vita degli altri». Qui il tono si fa quasi privato, rancoroso, da singolar tenzone. «Con quel visetto tanto bellino e pulito – scrive una lettrice sul suo blog – che si inventa perversioni, ti arroghi il diritto di essere portavoce del sesso».

Se solo sapesse quanta fatica costi scrivere ovunque senza incidere minimamente (si veda il recente dibattito avviato dallo scrittore Christian Raimo sul Domenicale a proposito di “Vogliamo più visibilità”). Per molti firmaioli, il posto al sole implica la messa in ombra di ciò che non riflette la loro luce. E in questa gara agli ultravioletti si conservano potere e pudore. Perché in fondo hic manebimus optime, fino a quando ci sarà una Melissa da linciare.

Post scriptum per un futuro di pace: «Nel medioevo – ricorda lo storico Jules Michelet – la gente di ogni condizione consultava la Saggia Donna. Se non guariva la insultavano, le dicevano strega. […] A lei dunque capitava quello che ancora accade alla sua pianta prediletta, la Belladonna. Il passante ignaro maledice queste erbe grigie senza conoscerle. Arretra, passa alla larga. Eppure sono “consolanti”, ché se amministrate con discrezione guariscono da tanti dolori, calmano da tanti mali».