Il sesso rivela la cultura di un popolo – Tiziana Lo Porto su Blumedia (01/12)

Tornata in libreria con il libro-inchiesta In Italia si chiama amore, Melissa P. parla di eros e sentimenti. E spiega perché ha voluto dirigere una rivista porno per donne.

Ha esordito nel 2003 con 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, bestseller tradotto in più di trenta lingue che ha venduto più di due milioni di copie. A seguire due romanzi (L’odore del tuo respiro e Tre), una graphic novel (Vertigine, con Alice Pasquini) e il pamphlet In nome dell’amore. Da qualche mese, insieme ad altre scrittrici, giornaliste, registe, fotografe e artiste italiane, lavora a Dita, rivista pornografica fatta esclusivamente da donne, di cui sarà direttrice. Melissa P., al secolo Melissa Panarello, catanese del 1985, è appena tornata in libreria con un brillante libro inchiesta. Nato da una serie di articoli scritti per il settimanale Sette del Corriere della Sera, e arricchito da un’introduzione e alcuni capitoli inediti, il volume si chiama In Italia si chiama amore (Bompiani, pagg. 105, euro 13,50) e ha per protagonisti gli italiani e il sesso.

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Il titolo è preso in prestito da un vecchio film-inchiesta degli anni Sessanta. Girato da Virgilio Sabel con attori non professionisti, il film raccontava storie d’amore ispirate a fatti veri. In forma di libro, In Italia si chiama amore è sempre un’inchiesta, onesta e illuminata, firmata dall’autrice di 100 colpi di spazzola Melissa P., che in poco più di cento pagine racconta il sesso così com’è vissuto o soltanto percepito dagli italiani. Scrive l’autrice nella bella introduzione al libro: “Il sesso è la cartina di tornasole di una società”. E subito dopo: “Ma raccontare l’eros è complicato, sempre. E ancor più complicato è raccontarlo in un paese che, nonostante la facilità con cui riesce a esibire la propria sessualità, ha paura del sesso e prova a tenersi a debita distanza dal desiderio”. Partendo da questi presupposti, Melissa attraversa l’Italia in cerca di storie da raccontare, storie di sesso sì, ma anche sentimentali e di costume, che tanto dicono dell’Italia che abitiamo. Storie del Nord e del Sud Italia, che attraversano generazioni, appartenenza politica e provenienza sociale, a voler rendere omaggio all’inarrivabile Comizi d’amore di Pasolini che a rivederlo adesso non appare affatto lontano. Si scopre così, insieme a Melissa, che in Italia “regna un pudore sconsiderato” e “gli adolescenti sono molto più bigotti degli adulti”, che “non è un paese per donne”, che “a Catania ci si ama con gli occhi” mentre “a Roma il sesso è sedentario, non sperimenta”. E soprattutto che “il sesso non uccide”. Anzi.

Non ti sei stancata di scrivere di sesso in Italia? «Finché ci sarà ancora chi mi chiede perché scrivi ancora di sesso, sarà necessario continuare a parlare di sesso. Non è una domanda che fai a chi scrive di calcio o di economia, o a chi scrive thriller. Scrivo di sesso e penso sia fondamentale parlarne perché è una cosa che ti restituisce la cultura di un popolo e di ogni singola persona. Ciò detto, in questo libro sono io che osservo gli altri, sono spettatrice e non protagonista, e passare dall’altra parte della strada è stato un modo per chiudere il ciclo iniziato nel 2003 con 100 colpi».

Rispetto all’Italia del 2003, l’Italia che racconti in questo libro è diversa? «No, è sempre la stessa».

Tu come scrittrice sei cambiata? «Quello lo posso giudicare poco. Io mi sento cresciuta, anche se non mi sento ancora arrivata. So di avere ancora dei limiti, delle lacune, ma studio per colmarle».

A un certo punto del libro scrivi: “L’Italia ha paura del sesso”. Io mi sentirei di aggiungere, gli italiani più delle italiane. Sei d’accordo? «Sì, anche se un po’ è una paura dettata dal fatto che le italiane ultimamente forse ne parlano troppo. O meglio, è come se certe donne volessero sezionare il sesso, analizzarlo nei minimi dettagli, e questa è una cosa che agli uomini fa paura. La provocazione che faccio adesso con questo libro e che con altre scrittrici e giornaliste sto cercando di fare mettendo in piedi la rivista Dita, sta sì nel parlare di sesso, ma nel parlarne in termini anche emotivi. Se allontaniamo ogni forma di sentimento dalla sessualità, è chiaro che se ne ha paura».

Cosa ha segnato maggiormente la tua educazione sentimentale? «I pomeriggi dall’estetista con mia madre. Lei si faceva fare la ceretta e io mi mettevo ad aspettarla dentro la sauna con la porta aperta e ascoltavo lei e l’estetista che parlavano di sesso e di uomini. E lì mi succedeva che guardavo la pelle delle donne e pensavo: chissà com’è quella pelle che ha già fatto sesso, chissà se quella pelle può dirmi com’è il sesso. Mi aspettavo che la pelle mi potesse dare degli indizi sulla sessualità delle persone».

Sempre nel libro scrivi: “L’Italia non è un paese per donne”. A volere essere costruttivi, cosa si potrebbe proporre? «Intanto sarebbe bello avere un governo formato per metà da donne. E poi bisognerebbe smettere di pensare che le donne in Italia vanno avanti anche se non hanno talento. In alcuni casi è così, ma non è la regola».

Nel fare le inchieste ti sei accorta di differenze regionali o generazionali? «Generazionali paradossalmente molto poche, perché in Italia i giovani emulano i grandi, i grandi emulano i giovani, e i ruoli finiscono per coincidere. Le vere differenze sono quelle tra Nord e Sud: al Nord sono più bigotti, i settentrionali sono molto più attaccati all’idea di sesso come trasgressione, mentre al Sud c’è una sessualità molto più da strada, da parco, da piazza, è molto più umana e meno spersonalizzante».

Sicuramente il clima politico che abbiamo avuto in Italia negli ultimi anni ha condizionato la relazione che gli italiani hanno con il sesso. Secondo te quanto è avvenuto è irreversibile? «No, sono convinta che ci sarà un cambiamento, e molto in positivo. L’attuale governo della sobrietà ha di buono che l’italiano non diventerà mai sobrio, quantomeno non dopo vent’anni di esibizionismo pornografico, e finirà per trovare una più sana e auspicabile via di mezzo. Non che io ami le vie di mezzo, ma per il sesso credo sia fondamentale, laddove il sesso non è altro che un’unione tra corpo e cuore».

Articolo originale

Tutta colpa di Marte

Qualcuno di voi avrà seguito la polemica cominciata lo scorso mercoledì su “Il Fatto Quotidiano”, quando ho rilasciato a Luca Telese un’intervista in merito alla mia attuale condizione e ai problemi avuti con la Fazi Editore o meglio, con Elido Fazi.

Per chi se la fosse persa, qui la mia intervista, qui l’intervista-risposta di Elido Fazi e qui il commento di Luca Telese.

Sull’edizione del “Fatto” di oggi, la mia lettera di risposta a Elido Fazi:

Caro Fatto,

sarei lieta che pubblicaste questo mio scritto, dopo aver appreso su queste pagine che secondo il mio ex editore, nonché ahimè ex “suocero”, Elido Fazi, io sarei un’analfabeta. Nonostante, si intende, abbia pubblicato tre mie opere e fatto una proposta d’acquisto per altre due: un romanzo e un fumetto, entrambi poi ceduti a editori di opinione diversa dalla sua. Ho anche appreso di essere stata una perfida e luciferina creatura di sedici anni che ha realizzato il demoniaco compito di far guadagnare denari e lustri a una casa editrice prima sconosciuta ma felice, che con il mio arrivo e il mio orribile successo è andata in pezzi (parole sue). All’analfabetismo e al satanismo, si aggiungono i miei capricci: mi rifiutavo, addirittura!, di andare ospite ogni sera da Vespa, non ritenendolo abbastanza maligno per una come me, ma un semplice “cazzone”, dice Fazi nell’intervista, usando parole non mie. Gli aggettivi utilizzati nei miei confronti dal cultore di Keats e della poesia romantica, sembrano più estrapolati da un qualsiasi blog che frutto di una mente colta e raffinata, ma l’analfabeta sono io, quindi di che m’impiccio.

Mi risulta, e gli estratti conto lo testimoniano, che Fazi Editore ha smesso di pagarmi le royalties in rate nel febbraio 2009, senza addurre alcuna motivazione. Inoltre, dal 2008, non ha mai presentato i rendiconti relativi alle vendite dei miei libri, nonostante sia io che il mio ex agente sollecitassimo ripetutamente tramite lettere e e-mail (altri testimoni). Prima di rivolgermi a un avvocato, andai in casa editrice di persona a chiedere spiegazioni, e Elido Fazi mi rise in faccia davanti a tutti. Nonostante questo, lui voleva comunque pubblicare i miei successivi libri e sicuramente è stata la mia assoluta malignità a farmi desistere, di fronte all’ingenuità di un povero editore di cinquanta anni.

Sono anche grata, a voi del Fatto Quotidiano, per avermi dato una notizia tutta nuova: nella sua intervista Elido Fazi sostiene di aver ricevuto 80mila euro dall’opzione cinematografica acquistata da Francesca Neri. Bene: al tempo, io sapevo che gli euro erano 34mila. O Fazi mente adesso, o mi ha mentito nel 2003.

Non sapevo, inoltre, che il dottor Fazi, oltre che illustre uomo di lettere e di marketing, fosse anche un veggente: quando sostiene che il mio ultimo libro, “Tre”, ha venduto 6mila copie non ha alcun dato a suo sostegno, poiché il romanzo è stato distribuito in 24mila copie in libreria e grande distribuzione, e i dati delle vendite devono ancora pervenire sia a me che al mio attuale editore.

Ma lui è l’uomo di marketing e io la bugiarda, quindi di che m’impiccio.

PS: Elido Fazi rende poeticamente visibile una serie di luoghi comuni di questo tragico paese: i giovani sono tutti parassiti-viziati, i cinquanta-sessantenni tutti generosi e disinteressati; le ragazze tutte brutte, quando dicono di no; le donne tutte puttane e corruttrici, sempre. Grazie, Elido, per averci spiegato l’essenza di questo eterno romanzo italiano. Mi fai sentire felice di essere fotogenica, analfabeta e più brutta di tutte le malcapitate che ti vanti di aver posseduto.

Qualcuno parla di soap opera, e non sarò certo io a negare che effettivamente, da tutta questa storia, potrebbe essere tratto un buon soggetto per una sit-com tragicomica. E’ quindi scontato che in molti trovino la questione assolutamente inconsistente, degna di un rotocalco scandalistico e non di un quotidiano indipendente quale “Il Fatto Quotidiano”.  Oppure, forse, bisognerebbe usare a proprio vantaggio una storia come quella che ho raccontato per chiarire o conoscere tutte le storie che non si conoscono.

L’anno scorso è nato un movimento, Scrittori in causa. I fondatori sono scrittori e scrittrici ex Fazi Editore, o addirittura ancora legati alla casa editrice di Via Isonzo da un diritto di opzione che (come spiega lo stesso Elido Fazi), viene pagata “100 euro, come da prassi”, a prescindere dal numero di copie che l’autore vende o ha venduto. Scrittori in causa è la prova che ciò che dico non è frutto della mia fantasia e che, come me, molti altri scrittori hanno ricevuto medesimo trattamento dalla casa editrice “indipendente e liberale”.

Mi hanno accusato di essere bugiarda, in cerca di pubblicità oppure, aiuto!, una che la dà via facile per raggiungere i suoi scopi.

Non ho alcun problema a incassare critiche e insulti, fanno parte del mio mestiere. Mi hanno sempre divertita, come una commedia all’italiana. (Qualcuno, su questo blog, si lamenta della censura: è vero, cestino i commenti pieni di insulti, perché non ho molta voglia di essere insultata sul mio blog. Internet è grande, il mondo pure: scegliete altri luoghi per usare certi epiteti).

Molti pensano che una scrittrice che scrive libri erotici sia, nella vita, una donna fatale e sessuomane che organizza orge e incontri sessuali e che costruisce una carriera sulle proprie grazie e le proprie doti -non letterarie. E’ come pensare che uno scrittore di libri gialli passi tutto il tempo a investigare e  risolvere crimini. Chi la pensa così rivela una mentalità ristretta e una scarsissima immaginazione. Chi invece pensa che scrivere libri erotici assicuri un successo facile, è pregato di andarsi a leggere quello che ho scritto su questo blog, qualche post fa. Ma ripeto: l’erotismo, di per sé, non vende. In libreria ci sono centinaia di libri erotici, e molti non arrivano a vendere nemmeno 1000 copie.

Una cosa buffa che mi capita da quando, nel 2003, ho pubblicato il mio primo romanzo è notare quanto l’atteggiamento di chi mi demolisce senza conoscermi, cambi radicalmente nel momento in cui mi incontra, mi parla e capisce che tutto ciò che pensava in precedenza altro non era che un pregiudizio, alimentato dalla stampa o dalla propria immaginazione. Tutti, per esempio, si stupiscono di avere davanti una normale e bassa ragazza di 25 anni senza tacchi e l’ombelico coperto; quello che si aspettano è una giovane e procace cubista della provincia di Catania con molte tette e poco ingegno. L’ingegno non so se c’è, ma le tette sicuramente no. E quello che sicuramente non c’è è la voglia di scandalizzare o, peggio, di trasgredire. Certo, le polemiche mi divertono, ma solo se sono utili ad accendere dibattiti.

Mi accusano, inoltre, di essere stata fidanzata al figlio del mio ex editore per fare carriera. Io e Thomas ci siamo amati per cinque anni e abbiamo vissuto una bellissima storia d’amore, finita come tante finiscono. Quando ci siamo messi assieme, il mio primo libro era già pubblicato e avevo già firmato il contratto per il secondo libro. Stare con Thomas non significava, per me, assicurarmi un futuro. Non  ho mai scelto uomini in base al loro potere o al loro denaro, anche se oggi questo atteggiamento può essere considerato ingenuo o anacronistico (o falso, come dirà sicuramente qualcuno). Ho sempre mantenuto enorme riserbo sulla mia vita privata, e lo dimostra il fatto che Novella 2000 non si è mai occupata di me. Potreste dire che i libri che scrivo non sono certo opera di una creatura pudica, ma il pudore non c’entra niente con la discrezione e con l’esigenza di ritagliarmi uno spazio privato mio, conosciuto solo a pochi intimi.

Sia chiaro che non mi sto giustificando, non ho mai avuto nulla di cui vergognarmi. Rettifico.

Nel 2003 molti dicevano che ero una meteora. Quando hanno capito che non lo sono, hanno convenuto che era il momento di distruggermi definitivamente.

Mi ritengo una ragazza fortunata: ho avuto successo con il primo esperimento e non sento affatto l’esigenza di ripeterlo; non perché mi faccia schifo, ma perché sono assolutamente convinta che il successo è quello che ti capita per caso, senza averlo calcolato. Per molti sono una scrittrice fallita perché vendo “solo” 30.000 copie e non più 3.000.000; per molti ero fallita anche quando ne vendevo 3.000.000. Io non mi sono mai sentita fallita, né mi sento adesso: crogiolarmi su un successo passato non mi si addice, e una cosa che mi è sempre piaciuta moltissimo è inventarmi nuove possibilità, percorrere nuove strade, rinascere dalle mie stesse ceneri e non dovermi preoccupare né di quel che è stato né di quel che sarà. Non vorrei mai provare noia di me stessa, mi basta ciò che mi regala il mondo.

Aggiornamento sabato 8 gennaio: il Fazi-pensiero rilasciato a Claudio Sabelli Fioretti nel 2006: dichiarava tutto il contrario di ciò che dichiara adesso.

Io non bungo – Giorgio Cappozzo su Gli Altri (29/10/10)

Ulteriori riflessioni sullo strano caso di Alessandra di Pietro, Paola Tavella e Katia Ippaso.

Comunica l’intenzione di scrivere un nuovo libro – operazione tra le più consuete, oggigiorno – e al cielo s’alza un coro di latrati. Esce l’agenzia di lancio, e scocca l’ora delle préfiche, cupe e lagnanti. Rilascia interviste, e tutti in fila a divorare e sputare le sue risposte. Una volta pubblicata, l’opera viene sezionata come un rospo putrido, da esporre tra gli schifi della natura. Questo è il trattamento riservato da buona parte del circolo pìquic a Melissa P(anarello), autrice di Tre (Einaudi, pp. 172, 16 euro), già best seller con i Cento colpi di spazzola (tradotto in 42 lingue, tre milioni di copie vendute – «merito del marketing», dice qualche genio con un manoscritto in tasca), e appestata numero uno dei cataloghi letterari italiani. Il termine più appropriato per definire tale operazione è: linciaggio. Che nulla ha a che fare con lo stile, la fantasia, la prosa, la poetica, l’immaginazione che nel libro si possono eventualmente scorgere. L’indignazione che muove tanta parte dei lettori professionisti è pre-letteraria. Non si curano del peccato. Ciò che interessa è la peccatrice. La donna col volto da ragazzina che viene dall’Etna, che scrive (anche) di sesso, che fa sesso, che lo racconta in tivvù, lassù, quaggiù e vende di più. Tiè.

A nessun altro è concessa tanta ira. Con Melissa i “grandi autori” inviperiti sono. Spiegano poco del contenuto dei suoi libri – ché con la cattiveria in bocca si parla male – ma rivelano il mistero che avvelena le loro viscere: Panarello mina la stabilità stessa del maschio apocalittico. Che non può accettare la trinità sesso-libertà-pensiero in un sol corpo di donna. «O mi seduci o mi appartieni o mi metti in ascolto». Atti da tenere distinti. E invece Melissa P li sovrappone, li mischia, li tradisce. Provocando un rigurgito ancestrale: il diritto antichissimo all’umiliazione.

Panarello, che legge i tarocchi (lo fa per professione) e raccoglie erbe magiche (così dice) sul colle Oppio, è una strega, e tale sarà fino a quando le pulsioni dei linciatori, «dall’oscurità in cui sono costrette, non assurgeranno alla chiarezza della conoscenza» (Brian Levack, Caccia alle streghe, Laterza 2006). Fino a quando, cioè, dei propri corpi costoro non disporranno liberamente.

Strega dalla risata stridula. Che loliteggia ed edoneggia. Che scopa più dei suoi (re)censori. Che si rivolge a Ruini (In nome dell’amore, Fazi 2006), parlando alle quindicenni. Senza curarsi di te, sacerdote delle lettere, incupito e rosicone. Puoi spararle addosso tutto l’odio del mondo, lei ti restituirà l’impressione di non esserne sfiorata. Strega che zompetta qua e là.

Leggete la sinossi del libro secondo il sito malvestite.net: «Allora, i cazzi che penetrano ci sono, le lingue che frugano ci sono, i sessi che pulsano (e pompano e si uniscono religiosamente) ci sono, i gemiti furiosi e i respiri impudichi e i capezzoli in tiro ci sono, che altro?». Triviale e gratuito. Che dà la stura ai commenti che seguono: «Meglio guardarsi un porno che leggere ’sta stronza» (Tea). Nulla a che vedere con l’oscenità letterale (obscena, fuori dalla scena del salottino) che Melissa P interpreta. (Va ripetuto: al di là del giudizio positivo o senz’appello che si può dare alla sua scrittura).

«Le sue imbecillità sociologico-culturali stanno continuando ad assassinare la vera cultura e quei rari modelli sociali di riferimento per una società sana» (Pasquale della Torca, Affaritaliani.it), laddove per coerenza, e per garantire sanità, bisognerebbe sorvegliare e punire: «Da chi è sostenuta questa pseudo scrittrice?»

Mi piacerebbe che una volta tanto i libri-porcherie venissero stroncati selvaggiamente come meritano» (Elvio, sul blog di Paolo Di Stefano, Corriere.it). «Le sue sono solo triangolazioni da sciampista provinciale» (Hagakure, blog su Corriere.it).

Lo scrittore Fabio Viola, su Facebook, afferma: «Melissa P non è una scrittrice». È una cosa scontata? «Sì. Lo è». Indubitabile, è ovvio, naturale come l’acqua, se semo capiti.

Melissa come carta carbone delle identità altrui. Perché se un libro di Melissa «è da evitare. A prescindere» (Laura Costantini, Rai), il mio è da leggere, a prescindere. E se «’sta poveraccia s’è dovuta mettere il reggicalze per promuovere il romanzo» (Francesca Galpani, promoter editoriale), da oggi impariamo che nelle lettere pop ci vuole decoro.

Nella temperie ci si confonde. Il poeta Gian Ruggero Manzoni lamenta: «Il romanzo lesbo (che lesbo non è, ndr) di Melissa P, è ahimè editato dall’alto marchio che fu: Einaudi». «Ma la figa tira», replica qualcuno. «E i profitti non serviranno neanche a pagare la letteratura di qualità che facciamo noi», chiosa Manzoni. Dibattiti ad alta quota, definizioni ficcanti. Come quelle tracciate dai critici Angelica Gherardi e Morgan Palmas: «Melissa è un fenomeno “attizzacazzi”, altro che letteratura erotica». «Non come l’autrice di A cena con Lolita Eva Clesis – scrive Giovanni Choukhadarian su Nazione Indiana – che è una ragazza sul serio, una che ha collaborato a riviste importanti…». Una “ragazza sul serio”. Avrà mica fatto pure il militare?

«Una sequela di frasi che sembrano copiate da un traduttore on line, una faccina bellina e pulita che finge di raccontare perversioni e sesso» (dal blog di Melissa P). Finge, la strega. E illude. «Di lei si conoscono il nuovo libro e le sue tette: pare apprezzabilissime per uso mediatico» (Silvio Andrei, su lelibrettedicontrore.it). Come se i media non prevedessero spettatori, e tra gli spettatori non si annidassero (anche) gli utenti di Anobii, il portale dei bibliofili, depositario di commenti come questo: «Suggerirei a Melissa di affondare quella spazzola con qualche colpo in meno ma più efficace».

Trasfigurare, la si vorrebbe. Cambiarle il volto. Cancellare quei tratti da bambina provocatrice. Un physique fuori ruolo, che in tanti, non potendo altrimenti, vorrebbero omaggiare così: «Con lei c’è una sola cosa da fare. La prendi. La metti a novanta appoggiata ad un tavolo. Poi prendi Lolita di Nabokov. Strappi le pagine. Gliele infili una per una nel culo. Dopo un po’, per osmosi, qualcosa assimila per forza». L’infelicissima frase è dello scrittore Nicola Lagioia, come ci raccontò Melissa in una passata conversazione. Si narra anche di un celebre “cannibale”, il quale dichiarò che con Panarello avrebbe scritto volentieri un libro a quattro mani, di cui solo due impegnate nella scrittura. In rima baciata con l’ispirata sintesi della poetessa Antonella Taravella: «che schifo, ’sta ragazzetta».

Il punto è proprio questo: i linciatori – sebbene condividano lo stesso spazio virtuale degli internauti con l’hobby dell’insulto (in rete l’odio lo si trova tanto al chilo) – sono sedicenti “autorevoli scrittori”.

Melissa la lupa, l’insetto, il serpente. «Donne come lei – si legge sul blog letterario Sul Romanzo – sono la rovina del genere maschile. Sono fatte tutte dello stesso stampo. Credono di poter giocare con la vita degli altri». Qui il tono si fa quasi privato, rancoroso, da singolar tenzone. «Con quel visetto tanto bellino e pulito – scrive una lettrice sul suo blog – che si inventa perversioni, ti arroghi il diritto di essere portavoce del sesso».

Se solo sapesse quanta fatica costi scrivere ovunque senza incidere minimamente (si veda il recente dibattito avviato dallo scrittore Christian Raimo sul Domenicale a proposito di “Vogliamo più visibilità”). Per molti firmaioli, il posto al sole implica la messa in ombra di ciò che non riflette la loro luce. E in questa gara agli ultravioletti si conservano potere e pudore. Perché in fondo hic manebimus optime, fino a quando ci sarà una Melissa da linciare.

Post scriptum per un futuro di pace: «Nel medioevo – ricorda lo storico Jules Michelet – la gente di ogni condizione consultava la Saggia Donna. Se non guariva la insultavano, le dicevano strega. […] A lei dunque capitava quello che ancora accade alla sua pianta prediletta, la Belladonna. Il passante ignaro maledice queste erbe grigie senza conoscerle. Arretra, passa alla larga. Eppure sono “consolanti”, ché se amministrate con discrezione guariscono da tanti dolori, calmano da tanti mali».