Shining

Qualche anno fa qualcuno sosteneva la necessità di una cultura pop che uscisse dai salotti e si riversasse nelle strade. Qualcuno, molti anni fa, da una prigione, scriveva che la letteratura popolare è una forma di rivoluzione. Nessuno avrà mai il coraggio di ammettere di appartenere all’altra categoria, cioè quella degli scrittori da salotto. Ne hanno vergogna, e giustamente. Eppure questo sono: borghesi con un’idea borghese della letteratura che finge di essere pop. Un bel casino, non c’è che dire. Si considerano scrittori e intellettuali di un certo rilievo perché, loro, non sono di massa. Sono quelli della nicchia, ovvero funerei. Eppure, nei loro romanzi e nelle loro scelte editoriali, la volontà di esserci e di imporsi c’è proprio tutta. Il Premio Strega è, per molti di loro, un traguardo. La scalata in classifica suscita un’ansia pari a quella da primo appuntamento. Provano disgusto per i salotti letterari, ma sono i primi a organizzarli e frequentarli. Parlano di periferie ma possiedono attici a Parioli. Quanto mi piace Pasolini! ma che schifo parlare di sesso. Cioè: loro ci provano a essere pop, ma non ci riescono. Quindi fanno le facce brutte. Scrivono cose strane sui giornali. Si percepiscono geniali perché è la nicchia che li rassicura.

Leggetevi il pezzo illuminante qui sotto.

Andrea Minuz
‘Apocalittici e cassintegrati della cultura’
«Il Riformista», 18 ottobre 2010, p. 14.

Tanti anni fa Raymond Williams diceva che la parola ‘culture’ [pron. Càlciùr] si contendeva con ‘nature’ [pron. Nèciùr] la coppa per il termine più sfuggente-a-ogni-definizione, tra quelli dell’Oxford English Dictionary. Da qualche settimana in Italia ci si è decisi a far luce su questa faccenda, provando almeno a capire che cos’è ‘oggi’ e quali spazi ci sono ‘qui’ per fare cultura (una delle probabili formazioni politiche che troveremo alle elezioni). La storia è ormai nota. Il dibattito è innescato da Christian Raimo sul domenicale del Sole24Ore: ‘Viviamo in un deserto di cultura!’. La cosa fa il giro dei giornali con conseguente schieramento di apocalittici e cassaintegrati (per adeguare lo schema di Eco alla crisi). ‘Non c’è più spazio per la cultura’ ‘Ma no dai c’è spazio per tutti, guarda internet per esempio’ e così via. Ora, un dibattito sulla cultura è complesso, ma quando si cala nell’osservatorio della realtà italiana può diventare inconoscibile. Molto è stato detto. Noi discuteremo alcuni passaggi di una più vasta mappa che regge gli schemi del contesto italiano. È una specie di ‘manifesto di retroguardia’ da cui ripartire che, per motivi di spazio, riduciamo a 6 punti:

1) La prima peculiarità è che gli apocalittici, tra cui Raimo, hanno tutti meno di quarant’anni o quasi; sono cioè italianamente giovani. E il fenomeno trascende il dibattito. Andrea Cortellessa ha appena realizzato un documentario che si intitola ‘Senza scrittori’ il cui leit-motiv è la morte della letteratura, schiacciata dal predominio dei grandi editori e dal marketing. Invece, quelli con più anzianità di servizio (apocalittici emeriti a parte) parlano delle ‘formidabili possibilità della rete’ o del valore del feuilleton nella modellazione del gusto popolare, mentre-Joyce-non-lo-leggeva-nessuno.

2) L’equazione cultura=letteratura. Tutto ciò che non è a ‘forma di libro’ è guardato con malcelato sospetto, snobismo o orgoglioso disinteresse. Non è solo il fatto che da noi la distinzione di razza tra cultura alta e cultura popolare gode ancora di ottima salute, alimentata non già dagli intellettuali formatisi con Adorno, ma da quelli cresciuti all’ombra di Goldrake (vedi 1). No, è qualcosa di più oscuro, arcaico e profondamente platonico. È la convinzione che tutte le altre forme in cui la cultura si aggira siano solo un succedaneo della Letteratura con la L maiuscola, compresa naturalmente la letteratura di oggi.

3) Il pessimo rapporto della critica italiana con il sistema dei ‘generi’, guardati con sospetto dal cinema alla letteratura o comunque ammessi nel salotto buono con un disastroso ritardo rispetto ad altri paesi.

4) L’aderenza al reale e l’impegno, o almeno una vocazione socialisteggiante e didattica, come paradigmi inattaccabili. Non riprendiamo il caso di Gomorra, per carità. Sarebbe troppo facile. Prendiamo invece Tre, l’ultimo romanzo di Melissa P. L’autrice si sgola per dire che il sesso partecipativo di cui si parla nel libro è un’invenzione narrativa (e tra l’altro un minimo senso del marketing avrebbe invitato a dire il contrario), ma la critica italiana non sente ragioni e lo legge in chiave reality. Se scrivi di orge non fai altro dalla mattina alla sera. Senno sei disonesta col lettore e con la letteratura. Perché invece non parlare del paradosso di una religione fondata sul ‘tre’ (padre-figlio-spirito-santo) e di una sistema sociale che non ammette si esca dal ‘due’ ?

5) Il punto più delicato, ovvero un’idea monolitica e contemplativa di lettura. Al di là dello sterilissimo dibattito ‘e-book sì/e-book no’, si fatica a comprendere l’orizzonte di grandi trasformazioni in cui siamo immersi. Oggi la linearità della lettura coi suoi principi di organizzazione narrativa validi sin dalla Poetica di Aristotele, lascia il posto a nuove forme di connessioni causali che hanno nella disomogeneità del database e della rete il loro modello di riferimento. Qualsiasi spettatore delle serie TV o giocatore di videogame lo ha capito meglio di tanti teorici della letteratura.

6) Che potrebbe spiegare ‘5’, cioè la scarsa familiarità con la lingua inglese. Molti dei nostri intellettuali in carica si sono formati in un mondo culturalmente francofono e/o in ogni caso sotto le bandiere marxiste dell’antiamericanismo. Bisogna ammettere che i dibattiti decisivi non passano da qui e quando ci arrivano (visto che si traduce sempre meno) sono già stanchi.

Un’idea di cultura incagliata in questi punti riesce a dar conto della complessità del mondo contemporaneo? A proposito del lamento di Raimo, Miriam Mafai ha detto che il suo malessere la conforta e le fa provare ‘nostalgia per i dibattiti alla Casa della cultura, gli incontri in sezione, e gli scambi di idee la sera da Rosati, con gli amici’. Ora Rosati pullula di escort che al più si scambiamo contatti di clienti facoltosi e questo può far tristezza. Ma siamo sicuri che il mondo di oggi si lasci decriptare ai tavolini di Rosati? Wallace direbbe ‘è come sperare di farsi sentire fischiettando un’aria di Mozart a un concerto dei Metallica’. Dalla nostalgia per il ‘dibattito’ a quella per il comunismo, il passo è breve. Per Monicelli, ad esempio, la Rivoluzione d’ottobre ‘non meritava una fine così ingloriosa per mano di due cialtroni, due piccoli borghesi come Gorbaciov e sua moglie Raissa con quegli assurdi cappellini’. Chapeau, appunto. Ma le posizioni della vecchia guardia le trovo perfettamente comprensibili. Meno quelle dei 40enni che sembrano ansiosi di dimostrare ai padri di essere più severi di loro (rivedi 1). Rischiando però di prendere delle cantonate. Il cinema che oggi i ‘figli’ rimpiangono sull’almanacco di Micromega è lo stesso che quarant’anni fa i padri facevano a pezzi sui loro giornali.

Insomma, come fare cultura in un ambiente complesso, multiculturale e diciamo in economia di libero mercato? Non lo so. Ma ritengo inapplicabile l’idea che ci siano spazi esclusivi della cultura e, viceversa, campi dell’esperienza da cui la cultura dovrebbe stare alla larga per non rischiare che il suo buon nome sia infangato. La cultura non esiste se non in quello spazio pubblico da cui è continuamente, direi quotidianamente, riplasmata (con le paurose oscillazioni semantiche che terrorizzavano Williams). Ma di questo qui da noi sembra che manchi, per dirla con Gadda, la cognizione del piacere.

7 pensieri riguardo “Shining

  1. giro commento inviato al comune minuz:lo sai che ti verranno a cercare per riprendersi la foto in cui giovanni paolo (santo subito!) ti bacia bambino… e non già per cancellare tracce ma per il tuo spericolato accostamento (fosse anche di rigo) tra 3 di melissa e la trinità, santissima …

  2. Non so ma ho come l’impressione che anche chi si interroga sulla “cultura”, come il giornalista che ha scritto questo articolo, in fondo continui ad alimentare questa situazione. Ci si parla troppo addosso. La cultura andrebbe fatta e non teorizzata. Per quanto mi riguarda, la cultura è come la poesia: dove pensi di trovarla non c’è quasi mai … e quando pensi di averla persa eccola comparire in forme e contenuti imprevedibili.

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