Le virtuose

Quando ero bambina nessuno mi aveva mai parlato di emancipazione femminile perché in casa mia esisteva una politica rigida ed efficiente che vedeva le donne della casa in cima alla piramide seguite dai bambini, poi gli animali, infine gli uomini. In una famiglia così matriarcale, negli anni 90, era superfluo parlare di emancipazione perché nessuna di loro -io ero ancora una bambina – poteva aspirare a un ruolo migliore di quello già ricoperto. Le donne potevano disporre del patrimonio familiare a proprio piacimento, vestirsi come più desideravano, andare a lavorare, sposare chi amavano, pronunciarsi su qualsiasi argomento. Eppure continuavano a cucinare, lavare, stirare. Non perché qualcuno chiedesse loro di farlo, ma perché ritenevano gli uomini incapaci di occuparsi di faccende pratiche. Non potevano toccare uno straccio, i maschi, senza ricevere occhiate storte. Non potevano mettere una pentola sul fuoco, né lavare la tazzina di caffè.

Naturalmente, le donne che lasciavano liberi i propri mariti di occuparsi della gestione della casa erano severamente giudicate. E anche quelle che non si rivelavano buone massaie diventavano prede perfette per il cuttìgghiu¹. Non era ammissibile che una donna non fosse capace di fare i servizi e la minaccia più crudele che potevano fare era <<Se non fai il bagno subito ti faccio mangiare per una settimana la pasta col burro>>. La pasta col burro è un piatto troppo facile creato da fimmini sdisangati² che rivelano la propria pigrizia e disinteresse verso il nutrimento della prole.

Noi bambine eravamo spettatrici dei lavori domestici delle nostre mamme, zie, nonne e con occhi, naso e mani, raccoglievamo informazioni diventando anno dopo anno fimmineddi di casa. Verso gli otto anni, dopo un’attenta educazione passiva, potevamo cominciare a occuparci anche noi della gestione della casa: potevamo spazzare, lavare i piatti, lavare i panni a mano, persino cucinare. Nel mio caso però tutto rimase in potenza, perché mentre le mie cugine e la mia sorella minore venivano lanciate verso la casalinghità con orgoglio e fasto, io venivo garbatamente ma con grande ostilità allontanata da ogni tipo di lavoro domestico. Come i maschi. Se per caso mi avvicinavo a un piatto sporco abbandonato sopra la tavola e volevo portarlo verso il lavabo, accorrevano tutte gridando che non ce n’era bisogno, che mi mettessi seduta per favore, che ci pensavano loro. Oppure, se prendevo la scopa in mano e mi mettevo a spazzare il balcone, arrivava mia mamma e mi strappava scopa e paletta dicendo chiaramente <<Dai, tu non lo sai fare, poi sporchi di più>> Era un pregiudizio bell’e buono. Non avevano precedenti cui fare riferimento, non avevo mai rotto un piatto né dato prova di essere una cattiva massaia. Sapevo benissimo anche come e cosa cucinare, perché avevo seguito passo passo ogni formula, ogni gesto, visto abbassare la fiamma di cottura, osservato con attenzione pentole e padelle per capire quale fosse più indicata per la realizzazione di una pietanza, ero rimasta sempre zitta, immobile, lontana dalle chiacchiere che animavano la cucina. E fu proprio la mia aria sognante, il mio sguardo assente, il mio mutismo, a convincerle che non fossi una donna pratica. In più, leggevo. E scrivevo, pure. Quindi il mio senso pratico doveva essere pari a quello dei maschi che però, forse, un po’ più di me dovevano averne perché almeno andavano a lavorare. Io andavo a scuola, ma non era una faccenda interessante per mia madre, anche quella faceva parte della lista cose non pratiche e anzi più prendevo bei voti, più la mia speranza di diventare una brava casalinga si spegneva.

Una volta una lontana parente che vedevo per la prima volta, mi chiese se potevo farle il caffè. Io ero contentissima, perché finalmente potevo dimostrare a tutti che anche io sapevo fare il caffè, lo sapevo versare nelle tazze, poi sapevo mettere le tazze su un vassoio e portarlo, completamente integro, sul tavolo. Ma mia nonna fulminò con gli occhi la lontana parente, scosse la testa e disse <<No no, te lo faccio io!>> e io rimasi sul divano a leggere TV Sorrisi&Canzoni.

Ora ho ventisei anni e so fare tutto. So cucinare, lavare i panni sia a mano che in lavatrice, so stirare, piegare le camicie da riporre nelle valigie, fare il nodo alla cravatta, so lucidare le scarpe, conosco tutti i prodotti e i detersivi, cucino gli stessi piatti che vedevo cucinare alle donne di casa mia, cucino anche piatti nuovi e inventati. E ancora oggi tutti dubitano delle mie virtù casalinghe animati anche loro da un pregiudizio: solo perché metto il rossetto rosso, perché leggo i tarocchi e parlo con i gatti, perché ogni tanto guardo fuori, affacciata alla finestra, e me ne sto in silenzio a pensare anche per un intero pomeriggio. Perché non ho un marito, né un compagno né un fidanzato, perché non ho figli, perché ho qualche amico romantico, perché non faccio un lavoro pratico, perché credo nelle stelle e indosso le All Star sotto i vestiti da sera. Perché ancora oggi si pensa che l’emancipazione non abbia niente a che vedere con la virtù, e invece è proprio la virtù a rendere efficace e potente l’emancipazione.

¹ – cortile, fare cuttigghiu=sparlare

² – senza sangue=fredde

8 pensieri riguardo “Le virtuose

  1. “…solo perché metto il rossetto rosso, perché leggo i tarocchi e parlo con i gatti, perché ogni tanto guardo fuori, affacciata alla finestra, e me ne sto in silenzio a pensare anche per un intero pomeriggio….”
    Ti stimo profondamente!
    Magari preferisco parlare con i cani i gatti mi snobbano…
    L’emancipazione è questione di “pelo”

  2. Il tuo secondo racconto bello che leggo dai tempi di “100 colpi…”.

    Post ben scritto, con una descrizione ammirevole dei personaggi e delle situazioni menzionate, coinvolgente, vissuto. Brava :)

  3. Tristezza…. ma è tutto vero….
    Pochi stereotipi sono più tristi di quello sulla donna “libera” (=non in cerca di una stampella di sesso maschile, dal figlio di papà sessualmente amorfo ma che “paga come un Bancomat” al “maschio tutto d’un pezzo” che ignora l’uso del congiuntivo e del bidet ed ha bisogno di una donna per tappare insicurezze antiche ed avere qualcuno da maltrattare) incapace di fare un caffè, lavare un pavimento ecc., tutte peraltro mansioni che qualsiasi uomo potrebbe ben svolgere (tanto per dirne una) se solo ci provasse.

    Posso offrire la mia testimonianza personale circa gli aspetti umoristici di simil cliché? Be’ una persona della quale vivaddio m’ebbi a sbarazzare veniva esattamente da quella particolare cultura per cui la donna spazza e stira e al massimo legge la ricetta della crostata e l’uomo sta in panciolle sul divano incazzandosi se lo spezzatino non è pronto all’ora buona. Naturalmente cotesto esemplare di masculo era munito di regolare madre casalinga (e tralasciamo le fantastiche storie sulla sua verginità prematrimoniale). Mai vista una casa più disordinata. E non parlo solo di oggetti fuori posto, in perenne accumulo ecc. L’aria stessa che ivi si respirava parlava di disordine, di precarietà, un poco d’oppressione. E l’odore, poi, era un mix di parti intime mal lavate o pesce sott’olio, non so, forse confondo le due cose.
    Mia madre ha sempre lavorato e mai ha lasciato casa in quelle condizioni.

  4. Io sono lucano e queste piramidi matriarcali le conosco bene. A mio parere sono anche il motivo della nascita di luoghi comuni quali “gli italiani lo fanno meglio”. Vi era un periodo, infatti, dove la soddisfazione durante (come li chiami tu?) i felici epiloghi era quasi un rito religioso che l’uomo doveva espletare per il piacere del custode del “focolare”. Ora le cose sono cambiate. I depositari di quella lunga tradizione sono pochi e di difficile individuazione.

  5. Io penso che il movimento di “liberazione” della donna, non sia stato un movimento dal basso, di reale evoluzione ed emancipazione conseguente ad una presa di coscienza, ma voluto da certi poteri occulti per rendere la donna ancora più schiava.
    La donna di oggi non solo deve fare figli e pensare alla famiglia, ma deve pure realizzarsi nel lavoro ed essere sempre in perfetto ordine e sempre disponibile ( vedi immagine della donna nella pubblicità). Una vita da incubo.
    La tua testimonianza, e la mia esperienza diretta, mi dicono che la donna che realmente si emancipa uscendo dagli schemi consueti, viene vista di mal’occhio, soprattutto dalle donne che dovrebbero difendere la categoria.
    Quando poi una donna non solo è Libera ma possiede anche delle qualità “tipiche” della buona massaia, è ancora peggio perchè esce ulteriormente dagli schemi, infatti secondo la logica del cuttigghio se una è troppo libera deve per forza essere una cosa inutile!

    P.S. Non ho mai letto i tuoi libri ma quando ti ho vista a Mistero mi hai trasmesso una sensazione di empatia. Ti ho chiesto l’amicizia su FB

    Piero G.

  6. Tesoro, sapessi per un uomo fare il “donno di casa” quanto è più frustrante! Ho sempre considerato che contribuire alle faccende casalinghe e non sia una sorta di dovere civico, oltre che un sincero e concreto gesto d’Amore verso la mia Partner, la quale spesso mi aiuta anche in lavori considerati “maschili”. Molti miei amici, purtroppo, ma anche alcune donne, vedendomi cucinare, spazzare, lavare per terra, stirare o cucire i bottoni mi vedono nel migliore dei casi come un’ominicchio sottomesso o nel peggiore dei casi (dal loro punto di vista) come una checca repressa. Forse perchè anche io leggo? O rido troppo? O cerco di discutere spesso con la mia donna per cercare di risolvere tutti i problemi, e non di adottare soluzioni più banali? O forse per questo ci ho messo 37 anni per trovar la Donna giusta? Forse un’uomo del genere è un’ommo ndisangato, o per dirla alla bolognese, un Busòn? A me non dispiace che mi considerano tale, ma mi danno fastidio i loro risolini stupidi che più che offendere me offendono chi ha una inclinazione sessuale non propriamente ortodossa…

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