Momenti di trascurabile felicità: Viaggiare

Era il 2006 quando subii il primo attacco di panico in aereo. Volo Barcellona-Roma, quella sera Real Madrid e Barça si contendevano chissà quale coppa mentre il mio aereo prendeva quota sopra lo stadio. Fino ad allora avevo preso centinaia di aerei, molti viaggi transoceanici, era come salire su un autobus, lo facevo con una certa noia, animata da irrequietezza e voglia di arrivare a destinazione. Ne prendevo un paio al mese, in media. Poi, quella sera, l’imponderabile: vuoto d’aria e il capitano commentò “Scusate, ma ci è arrivata una pallonata dallo stadio” e tutti a ridere mentre io stavo morendo. Accanto a me, T. mi giurava che non saremmo morti. -E invece sì, moriamo sicuro io lo so, fidati di me- dicevo. Le mani sudate, fredde, palpitazioni, una pesante nube nera era scesa sulla testa. Da allora ho preso l’aereo altre volte, pochissime rispetto al passato. Il senso di angoscia mi assale già il giorno prima della partenza, so che morirò, saluto i miei cari per l’ultima volta, do disposizioni circa il mio funerale, redigo testamenti scrivendo con calligrafia incerta sul taccuino o sui fazzoletti, tanto vale lo stesso. Ogni volta che sono salita su un aereo, dal 2006 in poi, ho ingoiato sonniferi, pasticche, gocce, ma niente ha mai fatto effetto: la mente decide che morirò e non c’è chimica che possa cambiare il corso degli eventi. La paura diventa un mostro imbattibile che mi spalanca gli occhi e mi arriccia i capelli e sudo, sudo moltissimo fra le linee delle mani, sotto il collo. La bocca perde ogni umidità. Il cuore pompa sangue nero, sangue di paura. Il “tubo” fra il gate e l’ingresso al velivolo è il tunnel dei morti, tutti i passeggeri che mi precedono sono le anime che mi conducono al paradiso e quel tunnel bianco incendiato dal sole è l’ingresso alla nuova vita, che è la morte. Vorrei fare a tutti l’oroscopo, voglio sapere se fra i passeggeri c’è qualcuno che ha un brutto transito tipo Saturno opposto al Sole, Urano opposto al Sole, Urano quadrato a Marte o a Saturno. Perché se loro hanno dei cattivi transiti muoiono. E se muoiono loro è ovvio che muoio anch’io. Mentre volo, sopra e sotto le nuvole, svegliata da un’innocua e terrificante turbolenza, c’è un solo pensiero che riesce a mantenermi viva, solo così posso sopravvivere a me stessa: ricordo quando, da bambina, viaggiavo in macchina con i miei genitori. Era estate e tenevamo i finestrini abbassati. Andavamo verso il mare, percorrevamo l’autostrada, il volume altissimo della radio perché il vento entrava nell’abitacolo e ovattava ogni suono. E allora io mettevo una mano fuori dal finestrino, stendevo le dita come fosse un aeroplano e facevo planare la mano, la lasciavo reggere dal vento, l’aria diventava solida e dopo un po’, se chiudevo gli occhi, la sensazione era di aver appoggiato la mano su un tavolo, un banco. Poi la mano perdeva quota, si abbassava rimanendo rigida e immobile, l’aria la spostava. Ma la mano non cadeva, rimaneva lì, attaccata al mio braccio. E solo così, con questo pensiero, riesco a sopravvivere a me stessa, e quindi all’aereo. E sorrido. Poi l’aereo scende, si prepara ad atterrare e sorrido ancora, perché so che neanche questa volta morirò.

Poi c’è il treno. Il treno è la felicità. Soprattutto quando in inverno parto da Milano con destinazione Roma, e fino a Bologna i campi sono ghiacciati, il cielo grigio, basso, carico di latte e pioggia. Poi, fra Bologna e Firenze, c’è una lunghissima galleria, buio per dodici minuti. All’uscita il cielo è azzurro, le colline verdi, le montagne in lontananza blu e grigie, tutto riprende il proprio colore. E anche se la temperatura dentro il treno è rimasta la stessa da Milano, a me sembra che dopo quella galleria ci sia più caldo e mi tolgo finalmente il cappotto e i guanti e so che all’arrivo non li rimetterò.

In nave le ore si dilatano, respirano, diventano vive, scrivo, leggo, sogno senza sapere di sognare. In nave sono in un altro mondo, non appartengo a nessuno, non sono figlia né donna, non ho età, non sono mai nata. In nave sono totale.

E poi una volta ho preso il cavallo per raggiungere una città. Ero a Cuba. Il cavallo era lento, si chiamava Mariposa, farfalla. Ha attraversato le montagne, gli zoccoli scivolavano sulle rocce, lo tenevo stretto per la criniera bionda. Poi, in una radura, ha cominciato a galoppare, sempre più forte. Mi ha portato a casa di un contadino che mi ha offerto succo di zucchero di canna e mi ha fatto giocare con il suo gatto striato. Dopo ho ripreso a galoppare.

 

 

L’idea di una lista di momenti di felicità è stata suggerita dal fortunato libro di Francesco Piccolo, “Momenti trascurabili di felicità”, Einaudi.

11 pensieri riguardo “Momenti di trascurabile felicità: Viaggiare

  1. Scrivi benissimo, e lo so da anni. Sei simpaticissima e lo dico a tutti da quando ho avuto la fortuna di chiacchierare un po’ con te alla fiera del libro di Torino. Credo sia la prima volta che lascio un commento sul tuo blog, ma questo post meritava, secondo me, un applauso scritto :)
    Complimenti…per tutto
    Claudia

  2. Mi rendo disponibile per una lettura della mano. Non mi spaventa viaggiare, ma so che per farlo bisogna fare affidamento ai piloti dei mezzi di trasporto, così generalmente prima di volare mi abbandono in un lento sfogo che termina al decollo. Sapere di morire in qualche (e per qualche) mezzo di trasporto che sia tu o qualcun altro a pilotarlo, è strano, sarebbe meglio prevederlo anche se poi, a risposta negativa, non prenderemmo mai più un treno, un aereo, una nave in vita nostra. Cominceremo a correre.

  3. Molto bella l’immagine del tubo tra il gate e il velivolo come il tunnel dei morti. Sulla nave poi sono totalmente d’accordo. E’ una sospensione della vita, in un cto senso. E’ come una macchina del tempo, ma ferma: si arriva a destinazione ed e’ gia’ futuro, mentre noi si e’ stati sospesi senza invecchiare, sempre in un infinito presente su quella nave.

  4. Io non prendo spesso l’aereo, ma ho fatto anche voli intercontinentali. Non ho attacchi di panico, ma non mi fa piacere l’idea di stare su un coso a migliaia di metri dal suolo. Ogni volta dico che sarà l’ultima, ma poi ti accorgi che è un gran limite rinunciare all’aereo…almeno che non sei Tiziano Terzani.
    Non so se hai mai letto il suo libro “Un indovino mi disse”, nel quale racconta di come negli anni settanta un indovino gli predisse che nel 1993 sarebbe morto in un incidente aereo, a meno che non avesse rinunciato a volare. Bene, lui pur scettico decide di fare questa esperienza, difficile da mettere in pratica dal momento che di mestiere fa il reporter per “Der Spiegel” e si sposta continuamente per tutta l’Asia orientale.
    Questa esperienza gli cambierà la vita, come si evince da questo meraviglioso libro.

  5. “Poi l’aereo scende, si prepara ad atterrare e sorrido ancora, perché so che neanche questa volta morirò”…

    Cioè, praticamente smetti di avere paura proprio quando dovresti cominciare ad averne?
    Il 99% degli incidenti aerei non avvengono in volo, ma in fase di atterraggio o in fase di decollo…
    Oddio, sto razionalizzando un attacco di panico, il numero dei miei neuroni sta scendendo in modo preoccupante.

  6. Io ogni volta che devo salire su un aereo sogno, la notte prima, la catastrofe. L’aereo solitamente si impenna, e via. Credo si chiami stallo ma non sono sicuro. La soluzione che ho trovato è ubriacarmi, ma devo ricordarmi di andare in bagno prima. Una volta sono rimasto bloccato per tutta l’interminabile sequenza delle spiegazioni sulla fuga date dalle hostess contorcendomi come una biscia, me la stavo facendo addosso. Terribile. Quindi ubriachezza sì, ma ricordarsi sempre di andare in bagno prima di entrare nel tunnel dei morti.

  7. Cara Melissa,
    provo anch’io la stessa paura e mi riconosco nei sintomi descritti. La tecnica di pensare ad altro, di distrarsi con bei ricordi e con tenere sensazioni, ritengo sia una delle migliori tecniche per “sopravvivere”.
    Molto bella la gradazione che descrivi:
    – panico in aria, nel vuoto a forte velocità;
    – felicità sul treno, su binari di acciaio ancorati a terra;
    – sognante, piena, te stessa sull’acqua;
    – leggera (mariposa è un caso?), tranquilla, tuttavia leggermente inquieta nell’afferrare la criniera e nel percepire gli zoccoli scivolare sulle rocce. Il cavallo al galoppo può richiamare una forte energia, il fuoco…

    Un caro saluto.

    Giorgio

  8. Ho letto il Suo post e La ringrazio perché ha fatto riaffiorare in me ricordi lontani, per me preziosi, che ho deciso di raccontarLe, per quanto c’entrino, forse, poco.

    Un giorno mi telefonò mio cugino, che ormai viveva in un’altra città e non sentivo da tempo.
    Eravamo stati molto amici fin da quando eravamo piccoli, ma fu nell’adolescenza che la nostra amicizia divenne importante: ci vedevamo ogni settimana e trascorrevamo le giornate in un’atmosfera euforica di gioco e fantasia.
    Non Le racconto le tristezze di quel periodo: Le dirò solo che restammo entrambi orfani di padre.
    Ancora negli anni dell’università ci vedevamo quasi ogni sera per condividere confidenze su amori primaverili e dolori autunnali.
    Ma soprattutto condividevamo l’impeto creativo dei vent’anni. La sua creatività e la mia erano cresciute insieme, prima con avventure rocambolesche su tavoli trasformati in isole e sedie che erano scialuppe alla deriva nell’oceano, poi con storie, film, romanzi che vedevamo, che discutevamo, che inventavamo, che realizzavamo, con parole, video, musica.
    Quante avventure vivemmo insieme! quante avventure n/della mente!

    Un giorno mi telefonò mio cugino.
    Non mi aspettavo quella telefonata perché uno screzio che consideravo di poco conto ci aveva credevo temporaneamente allontanati.
    Pensavo avesse equivocato un mio comportamento di un pomeriggio e non mi ero reso conto della sua ferita.
    Ero troppo impegnato con le mie.
    Invece erano passati anni, lui se n’era andato nella capitale, io avevo avuto una figlia dalla mia compagna.
    Non ha nessuna importanza il fatto in sé.
    Non ha nessuna rilevanza se uno dei due avesse ragione.
    Conta che quello screzio insignificante ci spinse in avanti.

    Un giorno mi telefonò mio cugino.
    Mi disse: – Per caso devi volare in questi giorni?
    – Sì, – risposi, sono un cantante di musica antica e pochi giorni dopo sarei partito per recarmi nella Sua Palermo dove avrei interpretato il ruolo, niente meno, di Apollo nella bellissima cantata di Händel: “Apollo e Dafne”.
    – E per caso c’è qualcun altro della famiglia che farà la stessa tratta pochi giorni dopo?
    Come faceva a saperlo? Sì, mia madre desiderava venire ad ascoltare il concerto, che per me rappresentava un’occasione professionale importante; quindi avevamo deciso che io sarei partito per le prove e lei mi avrebbe raggiunto il giorno precedente il concerto.
    In effetti avevo ancora in mano i biglietti appena acquistati.
    – Non andate. Non so quale dei due aerei cadrà, ma ho sognato che volerai a distanza di pochi giorni con qualcuno che ti è caro sulla stessa tratta, e poi ho sognato un aereo che si schianta. Non so se il tuo o il suo: so solo che si schianterà.
    Ero quasi furioso: mi chiamava dopo anni che non ci si sentiva per dirmi una stupidaggine simile! per raccontarmi un suo stupido sogno!
    Ero sbalordito! Con tutte le cose importanti che avremmo avuto da dirci! Ma chi se ne frega dei tuoi presentimenti e dei tuoi sogni!
    La telefonata si esaurì freddamente e non ne raccontai a nessuno il contenuto.

    Pochi giorni dopo, mentre ero sull’aereo, non riuscivo a stare rilassato. Avevo il cuore che palpitava. Ero agitatissimo.
    Quando l’aereo si schiantò, pensai che non valeva la pena morire per andare a cantare in Sicilia e lasciare mia figlia senza un padre, come mio padre aveva lasciato me.
    Ma tanto ormai ero morto, quindi non valeva più la pena star lì a rimuginare le questioni che stanno tanto care ai vivi.
    Naturalmente l’aereo si era schiantato solo in una specie di dormiveglia durante il quale l’agitazione aveva preso forma di immagini e sensazioni, ovvero non si era schiantato affatto e tantomeno io ero morto: era atterrato e mi conveniva raccogliere il mio bagaglio a mano e raggiungere il portellone d’uscita.

    Partecipai alle prove divertendomi a interpretare come meglio potevo la musica geniale e dolcissima di Händel.
    Da lì a pochi giorni volò mia madre. Non ero per nulla tranquillo, anzi ero in preda a una feroce agitazione.
    Quando vidi l’aereo schiantarsi, pensai che avevo già perso il padre e che era crudele rimanere orfano anche di mamma.
    Che senso poteva aveva per lei morire per andare ad ascoltare un concerto in Sicilia, se poi non avrebbe più potuto veder crescere la sua nipotina?
    Ma tanto ormai era morta, quindi non valeva la pena di rimuginare le questioni che dànno tanto dolore ai vivi.
    Naturalmente l’aereo si era schiantato solo sotto la cappa di una specie di incubo a occhi aperti, durante il quale l’agitazione aveva preso forma di immagini e sensazioni, ovvero non si era schiantato affatto e tantomeno mia madre era morta: era atterrata e mi veniva incontro con la sua loquela invadente e il suo bagaglio da affidarmi.

    Ormai è passato davvero tanto tempo.
    Per anni ho pensato che mio cugino avesse semplicemente avuto una premonizione sbagliata.
    Ora non più: so che non esiste solo il mondo degli aerei che si schiantano, ma anche quello dei sogni che volano.
    Ora so che quella premonizione era giusta.
    Solo che voleva dire un’altra cosa.
    Cosa esattamente non so, perché per quanto riguarda i sogni è pur sempre questione di interpretazione.
    Voleva dire che ero morto nella sua anima, che era finita un’epoca in cui eravamo stati amici davvero, come quegli strani figuri di certi western americani che non capisci proprio perché si diano una manata sulla spalla invece che andarsene ciascuno a farsi gli affari suoi.
    Ora so che c’ero io a bordo di quell’aereo che si schiantava in volo.
    Che mio cugino mi diceva che toccava andare avanti, toccava smettere di trascinarsi dietro un passato polveroso, toccava volare lontani, ma volare davvero, non con le ali, ma con la propria vita/avventura.

    E so anche che mi parlava di me, perché conosceva il mio profondo molto più di quanto non lo conoscessi io stesso (e in fondo è proprio questo che rende ‘solo’ chi è senza amici).
    Ora so che i sogni di mio cugino mi dicevano che andare a cantare in giro per il mondo mi avrebbe ucciso, perché non era la mia strada verso la felicità. Perché la mia strada è stare di notte in un cono di luce, nel cono di luce di una lampada da scrivania accesa nel buio di una stanza, a tracciare tratti di penna su fogli di carta.
    Perché, per quanto possa sembrare paradossale, non importa scrivere bene o male, raccontare storie interessanti o meno: importa stare al bivio, al trivio, al quadrivio a guardare quante belle passeggiate possono incominciare, per terra, per mare e per aria, e a me piace quella che porta in quel cono di luce che è il mio cielo.

    Così oso augurarLe voli sereni, voli sorridenti.
    Con le notti di luna sopra la carlinga e tanta oscurità sotto il mare profondo.
    Non c’è la vita, non c’è la morte. E soprattutto l’aereo non si schianta.
    Siamo tutti un po’ vivi e un po’ morti, ma non è questa la vera distinzione: ciò che ci distingue è quando voliamo.

    Per quello Le ripeto l’augurio di mille e mille voli felici.

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