Radici

Da bambina mi sarebbe piaciuto vivere vicino a un parco dove, nel pomeriggio, avrei portato i miei libri di scuola, i miei quaderni, le mie matite. Immaginavo di andare lì con un cestino,  come quello di Pollyanna, da lì tirare fuori una merenda che non avrei mai mangiato perché, si sa, sono una senza appetito. Avrei guardato la marmellata viola sopra le fette biscottate e i panini imburrati sopra e sotto come prometteva la Fata Turchina a Pinocchio. O le scodelle di legno piene di latte, come quelle di Heidi. E ancora, il riso nelle ciotole di Kiss Me Licia. Avrei guardato il cibo, e sarebbe stato abbastanza. Mi sarei messa a leggere sdraiata su una coperta e mi sarei sentita come Alice, ma con molta meno voglia di lasciare quel posto perché, se lo sognavo, evidentemente non lo frequentavo. Ho vissuto, da bambina, in case con grandi giardini, alberi enormi, abeti e magnolie, palme alte che graffiavano le nuvole, e ricordo il dispiacere quando mia madre sradicò le margherite perché, diceva -Si mangiano il prato tutt’intorno-

Nei giardini della mia infanzia andavo poco perché non mi era permesso rientrare con le scarpe sporche di terra né potevo raggiungere l’erba a piedi nudi perché, diceva mio padre -Ti viene la febbre e poi ti devi curare-

C’era poi il giardino della mia scuola, un piccolo bosco di eucalipti che scossi dal vento lanciavano scaglie di profumi balsamici ai nostri nasini elementari e mentre giocavamo a nascondino, sottili sottili dietro i tronchi, riempivamo i polmoni di ossigeno senza sapere che quel profumo l’avremmo poi sentito solo dentro certe boccette di vetro scuro, dietro il bancone dell’erboristeria. Ogni tanto io vedevo tutto buio, ogni tanto avevo paura o apposta me la facevo venire, e correvo in mezzo agli alberi pensando ci fossero delle ombre a inseguirmi, e tutti gli alberi scorrevano ai miei lati come lame di coltello e sentivo il rumore del vento, come di spada vibrata dentro l’aria.

Ma le mie gite all’aperto finivano lì. Uscivo poco, guardavo molte cose che succedevano altrove. Poi crescevo. Compravo libri ogni sabato pomeriggio e andavo a Villa Bellini. La mia migliore amica era una campionessa di hockey sul prato che si allenava tutti i giorni, soprattutto il sabato. Non c’era nessuno che potesse trascinarmi dentro discoteche piene di petting, né in furiose scampagnate di shopping: salivo sul mio scooter, attraversavo il lungomare, andavo alla libreria di Viale Mario Rapisardi e mi guadagnavo un posto sull’erba al parco di Via Etnea dove, mi raccontavano, un tempo c’erano i cigni, poi mutilati da un gruppo di vandali. Succedeva però che dei giovanotti in aria da rimorchio, con le magliette attillate Versace e jeans insanamente rossi, interferissimo pesantemente non solo con le mie meritate letture dopo giorni noiosissimi passati sui banchi, ma anche con il sogno che fin da piccola avevo costruito: starmene seduta a leggere su un prato pensando di non appartenere a nessun tempo e nessun luogo.

Quelli si avvicinavano e io facevo finta di non vederli. Mi passavano accanto, mormorando un complimento o un insulto che credevano complimento. I più molesti si inginocchiavano e mi chiedevano qualcosa. Io facevo finta che non esistessero. Sempre. Se diventavano troppo insistenti fingevo di non essere italiana e di non capire la loro lingua -No entiendo, lo siento-

Ma quella mossa non era troppo saggia: se si muovevano in gruppi di due o di tre si davano l’un l’altro coraggio e, forti del fatto che non li capissi, dicevano cose troppo sconvenienti per un’adolescente che in quel momento era convinta di vivere a Vienna nel XIX secolo. Li odiavo e schifavo. Ma continuavo a leggere, provavo a farlo, rimanendo sullo stesso paragrafo per interi minuti.

Crescevo. Andavo a vivere da sola per la prima volta. Prendevo una casa a cinquanta metri da un parco, il più piccolo e aggraziato di Roma: Colle Oppio. All’epoca avevo un cane cardiopatico che aveva necessità di urinare decine di volte al giorno perché le pillole per il cuore lo rendevano incontinente. Ero anche fortunata perché avevo un fidanzato che amava fare i picnic sull’erba e i weekend li passavamo lì, lui leggeva giornali pieni d’impegno, io le solite storielle che dopo poco mi facevano abbassare le palpebre e conciliavano il sonno.

Crescevo. Lasciavo Colle Oppio e mi trasferivo poco più là, a Piazza Vittorio. La casa non mi piaceva molto, ma da ogni finestra vedevo gli alberi del parco, chiome cucite sul cielo del giorno e le palme, sempre loro, contro il cielo stellato di notte, per il sogno arabo che ami tu, come mi canterebbe Paolo Conte se mi vedesse tutte le notti alla finestra con l’ultima sigaretta della giornata. Nelle giornate calde scendo, mi fermo davanti le rovine di Villa Palombara, guardo i Bes eretti ai lati della Porta Magica. Decifro l’iscrizione sul cornicione: c’è il glifo di Venere, quello di Giove e quello di Plutone, inciso quando Plutone non era ancora stato scoperto. Faccio amicizia con i gatti. Cindy vive qui da quindici anni, è la matriarca. Ha il manto pezzato e non ha paura di nessuno. Vive in simbiosi con un gatto rosso che le fa da servitore ma che lei, con estrema grazia, rispetta. Esercita, tuttavia, un’innegabile autorità, persino verso i fiorai che la fanno accomodare dentro i vasi quando fa troppo freddo o piove. D’estate, se ci si dimentica del cinema, è facile svegliarsi in preda al panico temendo l’inizio di una tragica guerra

-Oh Meli! Ma cosa succede?- diceva quella mia amica lanciandosi con tutta la camicia da notte sul mio letto, svegliandomi a pugni.

-Cosa? Cosa succede?- rispondevo agitata

-Gli spari! Non li senti? Qualcuno sta sparando!-

-Oh, è solo Bruce Willis. Oggi davano Die Hard-

A Piazza Vittorio non ho mai letto una sola riga di un libro né di giornale. Gli occhi si incollano ai volti, alle cose, cercando di tenerli dentro di sé a lungo, per sempre, finché quegli stessi ricordi, quell’ingestibile e chiassosa realtà, diventa anch’essa fantasia.

Continuo a frequentare Colle Oppio, dove scrivo o dormo. Bevo chinotto e tè freddo. Conosco cani e bambini, pensionate, avventurieri stranieri che leggono romanzi thriller per godersi la vacanza.

Crescevo. Mi distinguevo dalle cose, distinguevo fra loro le cose. Leggevo i segni nell’aria e nei gesti, nei dialoghi origliati senza intenzione. Lasciavo i bianchi e i neri delle pagine, raccoglievo tutti i colori. E ritornavo bambina, a giocare con le matite.

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