Dove scrivi?

(Una cosa che ho pubblicato l’anno scorso su un magazine. Scatto foto quando scrivo perché mi aiuta a capire a che punto mi trovo)

6 Maggio 18.30

Una volta una cartomante mi disse: “Non sedere a lutto su quella poltrona blu!”. Lei non poteva saperlo, ma nel mio studio c’è effettivamente una poltrona blu su cui siedo pressoché tutto il giorno. Di mattina, appena sveglia, accendo il computer, vado in cucina a preparare il caffè, torno, accendo con emozione la prima sigaretta della giornata, guardo le notizie su Repubblica.it, mi aspetto sempre qualcosa di eccezionale. Rispondo alle e-mail, gioco a bubble bazinga, leggo il mio oroscopo e quello degli amici e intanto, sempre sprofondata nella terribile poltrona blu, apro il file su cui intendo lavorare: un articolo di giornale, qualche paragrafo del nuovo romanzo, una poesia. A mezzogiorno il mio studio brilla di luce: le pareti bianche, la porta e il letto arancioni, il lungo tavolo da lavoro coperto dal lenzuolo disseminato di tabacco e macchie di caffè, la poltrona blu che mi risucchia, mi ingurgita, come un pozzo interminabile, il legno della libreria crepita, le tendine di pizzo hanno uno sguardo assente, i piccioni si fermano sopra il ballatoio e mi osservano arcigni, gli Dei Indù attaccati alle pareti suonano e cantano con i loro riflessi sgargianti. Mi sento come il Grillo Parlante nella tana di Geppetto, quando tutti gli orologi battono ossessivamente i secondi e il povero Grillo muove gli occhi di qua e di là e ferma, con un urlo al di sopra delle sue capacità fisiche, lo scorrere del tempo. Da molti anni, ormai, non riesco a scrivere niente seduta su quella poltrona blu. Avere uno studio è un’abitudine, un dovere che mi sono imposto senza trarne alcun vantaggio. Le illuminazioni mi colgono sempre fuori: arrivano la notte, prima di addormentarmi, in cucina mentre preparo le polpette da congelare, quando vado a comprare il cibo per i gatti. Compro borse abbastanza capienti da farci entrare un Moleskine, non esco mai senza.

Amo scrivere in cucina. Io e i miei fogli a righe, una penna nera Bic, la mia grafia sbagliata, intorno a me tazze vuote, Chesterfield rosse, gatti e fiori. Questo è uno di quei momenti. La luce e i rumori di Piazza Vittorio entrano dalla finestra, ma provo a contrastarli con il volume alto della radio e una piccola candela accesa. La tisana è finita, la gatta Giunchi sfiora con una zampa questo foglio. Ci sono delle orchidee rosa sul tavolo, un po’ marce, un po’ puzzano. Scrivere qui mi ricorda quando ero bambina e facevo i compiti in cucina, mentre mia madre preparava da mangiare o mia sorella veniva a infastidirmi e tiravo sempre troppo tardi sopra i libri.

Quando scrivo mi piace essere disturbata. Scrivo a mano, poi ricopio.

8 Maggio 16.00

Oggi che il vento è più compassionevole, mi sono spostata a Colle Oppio. E’ questo il mio studio quando arriva la bella stagione. Mi stendo sull’erba e fra un periodo e l’altro interpongo una pausa di un quarto d’ora durante la quale non faccio fatica ad addormentarmi e risvegliarmi, puntualissima, allo scadere del quindicesimo minuto. Chiudo gli occhi, ascolto il vento e i passeri, i bambini che giocano, i cani, gli sbaciucchiamenti della coppia accanto. Mentre scrivo, bisogna che la vita sia rigogliosa. Le parole bevono vita perpetua e temono il silenzio e il buio; fanno rumore, le parole, hanno un colore, un peso specifico, un odore e proprio da tutte queste cose hanno bisogno d’essere generate. Chi legge lo sa. Il lettore capisce sempre se l’autore ha scritto nella solitudine di una stanza o fra i tavoli di un caffè all’aperto.

Il mio primo romanzo lo scrissi nel garage di casa, quando stavo con i miei genitori. Disordine, nessuna finestra, entravo e uscivo da quel mondo grondante muffa da una saracinesca cigolante che faceva molto terrore. Era lì che il pomeriggio mi chiudevo e, fingendo di fare i compiti, scrivevo il mio romanzo.

Il secondo libro lo cominciai sulle scomodissime poltrone di un aereo, volo Buenos Aires-Roma. La lettera a Ruini, invece, all’uscita del pronto soccorso, era appena stato eletto Joseph Ratzinger. “Tre”, l’ultimo romanzo, l’ho scritto in un caffè su Brick Lane, a Londra. Quello che sto scrivendo adesso è nato dentro un brutto residence a Milano, un quadrato con le pareti verdine.

Come Bruce Chatwin, sono convinta che la stasi non produca niente di buono anzi, non produce proprio niente in generale, mortifica il pensiero fluido, impone un movimento lineare e mai circolare. Non concepisce il capriccio.  

Parigi, Montmartre, 9.00 a.m  11 luglio 2008. Viaggio solitario.

Londra, Brick Lane, 3.00 p.m. 4 febbraio 2009. Bloccata a Londra causa neve.

Roma, Colle Oppio, 2010. Mai senza chinotto.

Treno Monaco-Berlino 26 giugno 2009. Viaggio solitario.

Roma, dicembre 2007. Vino e fagioli.

11 pensieri riguardo “Dove scrivi?

  1. Non rinnovo i complimenti sulla tua scrittura dopo ogni post; questa volta voglio sottolineare che mi piacciono molto le foto …e il chinotto è l’unica bibita che mi concedo di tanto in tanto…

  2. Ciao Melissa! Ti stimo molto per quello che fai e che sei e ti voglio fare i complimenti per i tuoi libri, mi sono piaciuti tutti. :) Ah, dove le compri le Moleskine?

  3. Interessante il reportage grafo-geografico.
    Anche David Foster Wallace scriveva a mano e ricopiava solo poi, perfino le interviste. Non sapevo avessi questo tuo post/o. Bene. A rileggerti.

  4. Melissa come te la cavi con le tesi ? Io devo scrivere una tesi sull’autolesionismo e mi piacerebbe davvero che la gente s’interessasse all’argomento ma il pubblico al quale dovrò leggere la tesi ha sempre connesso la patologia alla parola ” emo “… che fare ?

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