Un ragionamento sull’amore (se di amore si può ragionare)

Leggendo Cose senza senso fatte dal mio fidanzato, molta gente mi chiede com’è possibile continuare a stare insieme a un uomo così bizzarro, così diverso da me e che provoca fastidi delicati quanto un fuoco di Sant’Antonio. L’amore è certamente uno dei motivi, ma non l’unico. Perché l’amore non giustifica tutto né ha il permesso di farlo. Non bastano nemmeno tolleranza e pazienza, che anche quelle dopo un poco finiscono. Cosa permette a due persone di stare insieme, nonostante tutto?

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Parto da lontano.

Ho quattro anni, guardo ripetutamente un cartone animato, “Heidi diventa principessa”, tratto dalla favola “I sette cigni”. Heidi ha un padre e sette fratelli, la madre è morta. Lei e i fratelli vivono in una casa sull’albero in mezzo al bosco, sono felici. Il padre si sposa con la bella figlia di una strega che, gelosa dell’amore del suo sposo per i propri figli, decide di tramutare i ragazzi in cigni. L’incantesimo, però, per un pelo non colpisce Heidi che si ritrova a vagare da sola per monti e vallate, lontana dalla strega e da tutte le cose che finora ha amato, lontana da quei fratelli che hanno spiccato il volo tramutati in uccelli. Una notte, infelice, piange. Le lacrime diventano folletti, d’ora in poi saranno le sue più care amiche. Le spiegano che se vuole spezzare l’incantesimo deve cogliere ortica dai cimiteri, pestarla, ricavare dei fili e con essi tessere le maglie che libereranno i fratelli dall’incantesimo. Però, per sette anni, deve rimanere muta: una parola e tutti i suoi fratelli moriranno all’istante. Deve vivere come un’eremita, con le sue lacrime amiche, a tessere ortiche. Diventa donna, gli animali del bosco la conoscono, sono ormai una grande famiglia. Un giorno, appena finita la penultima maglia, il giovane e bel re sta cacciando nel bosco, la trova e se ne innamora. Prova a separarla dalla cesta che contiene le sei maglie per i fratelli, prova a farla parlare, ma Heidi non intende tradire tutti quegli anni di sofferenza a tessere con le labbra serrate. Il re però non molla: la ama e vuole che lei lo segua a palazzo, vuole sposarla. A questo punto della storia Heidi diventa un po’ vittima della volontà altrui, ma d’altra parte anche lei è innamorata del re e se non ci fosse quest’ostacolo dei fratelli cigni, del mutismo e delle maglie d’ortica,  l’amore fra loro sarebbe già compiuto. Ma la matrigna gelosa e malvagia, saputo che Heidi sta per diventare regina, affonda di nuovo il colpo: avvelena il fiume provocando la peste nel regno e  si reca dal re e dai suoi ministri per accusare Heidi di stregoneria “Seguitela”, dice “a mezzanotte andrà al cimitero a raccogliere ortiche. È lei la strega!”. Heidi viene perciò accusata di stregoneria, torturata per farla parlare: ma lei niente, non un grido, non un lamento “Ricordati che un suono, un solo suono, e i tuoi fratelli moriranno”. Il re è addolorato, quando va a trovarla la notte prima dell’esecuzione, Heidi è intenta a tessere la settima e ultima maglia. Lui è convinto che Heidi non sia una strega, ma per i ministri non si discute: la strega va giustiziata. All’alba il rogo è pronto, Heidi è legata al palo, la cesta in un braccio, la settima maglia è quasi fatta. Le fiamme divampano, Heidi tesse, continua a tessere: la settima maglia è finita! Alza per un momento gli occhi al cielo: in lontananza, oltre il velo di calore e fuoco, i suoi sette fratelli sono in volo verso di lei. Heidi lancia in aria le maglie che i cigni infilano perfettamente: le ali diventano braccia. Tornano umani, tornano i suoi amati fratelli. Le piume dei cigni fratelli spengono le fiamme del rogo. Tutto viene spiegato, tutto torna al proprio posto. Heidi adesso può tornare a parlare. Il re, più innamorato che mai dopo tutto questo, le chiede  perché ha dovuto subire così tanto. E Heidi dice “Amare a volte significa anche sacrificarsi”.

Sacrificarsi non significa mettere in pericolo  la propria vita, non è un attentato contro se stessi. Heidi sacrifica, per esempio, solo una parte di sé: la propria voce (come fa anche la Sirenetta, per dirne un’altra). La voce è il mezzo che utilizziamo per entrare in contatto con l’altro, dunque privarsi volontariamente della voce significa, simbolicamente, che per un certo periodo decidiamo di interrompere la nostra relazione con il mondo esterno privilegiando il rapporto con noi stessi (e qui le lacrime amiche di Heidi). Il sacrificio di Heidi non è dunque un sacrificio che la umilia o degrada fisicamente o psicologicamente, ma una perdita necessaria per la conquista di qualcosa di più grande. I saggi cinesi dicono che non c’è prosperità senza privazione. Per accumulare bisogna prima sottrarre. Ma rinunciare alla voce significa anche dare all’amore un valore preciso e nobile: non c’è niente da sapere, niente da ascoltare, nessuna parola. Senza voce siamo costretti a sentire, a capire l’altro solo attraverso il contatto del corpo, dello sguardo, solo attraverso l’invisibile che scorre da un cuore all’altro, senza domande e senza risposte. C’è, esiste, puntuale come la Luna piena.

Torniamo alla domanda di prima: come possono due persone stare insieme, nonostante tutto? 

Rinunciando alle piccole cose per favorire quelle grandi.

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